Il governo valuta una tassa sui buyback delle società quotate

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Nella ricerca, sempre più complessa, di nuove risorse per finanziare la prossima legge di bilancio, il governo Meloni sta seriamente valutando di ricorrere a un prelievo fiscale sui riacquisti di azioni proprie, i cosiddetti «buyback», effettuati dalle società quotate. Questa pratica, che negli ultimi anni ha coinvolto la stragrande maggioranza dei big del listino milanese – da Eni a Enel, passando per colossi finanziari come Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mediobanca e Generali –, è finita nel mirino del Tesoro quale potenziale bacino dal quale attingere liquidità.

L’ipotesi, che non è nuova e che riemerge ciclicamente nei cantieri della manovra, troverebbe un precedente in misure analoghe già adottate a livello internazionale; negli Stati Uniti, dove il presidente Donald Trump ha recentemente ripreso la guida della nazione, è in vigore dal 2022 un’imposta dell’1% su tali operazioni, mentre la Francia ne ha introdotta una, solo da pochi mesi, con un’aliquota ben più corposa, fissata all’8%. Il meccanismo, il cui studio è stato rilanciato in queste ore, si inserirebbe in un più ampio disegno di interventi sul sistema bancario, settore che il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti ritiene possa contribuire ulteriormente alle casse pubbliche.

L’obiettivo dichiarato, come emerso dalle indiscrezioni che filtrano da Palazzo Chigi, sarebbe quello di reperire fondi da destinare all’aumento dei salari per il ceto medio e all’adeguamento delle pensioni, due pilastri della prossima manovra. Accanto alla tassazione dei buyback, il governo starebbe infatti valutando anche altri strumenti, quali la proroga – quantomeno fino al 2027, per un gettito stimato di 1,5 miliardi – del rinvio della deducibilità delle quote delle imposte differite attive, una misura che andrebbe a colpire specificamente gli istituti di credito, e l’introduzione di un’imposta sugli avviamenti.

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