De Luca rompe gli indugi e si candida, ma a Salerno il campo largo si sgretola
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Redazione Interno
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Ha rotto gli indugi, Vincenzo De Luca, scegliendo la platea di un convegno per trasformare in realtà quello che in città, ormai da settimane, era considerato il più prevedibile dei segreti di Pulcinella. L’ex presidente della Regione Campania, dopo aver dovuto digerire lo stop al terzo mandato a Santa Lucia, ha deciso che il suo futuro politico riparte da Palazzo di Città, quello stesso Palazzo che aveva lasciato nel 2015 per trasferirsi alla guida della giunta regionale. Lo ha fatto con la consueta verve, mescolando la concretezza dei problemi — la sicurezza, il decoro, la pubblica illuminazione — a quella vena di sarcasmo che il suo pubblico conosce bene, quando ha invitato i cronisti a non bestemmiare con domande sul campo largo. Perché il punto, forse il nodo centrale di questa intera vicenda, è proprio lì: la sua candidatura, annunciata come un fatto personale e quasi plebiscitario — «chi mi vuole votare mi vota» —, arriva come una pietra nello stagno di un centrosinistra che a Salerno si era illuso di poter riproporre lo schema largo e vincente delle recenti Regionali.
Il dado è tratto, dunque, e la mossa di De Luca ha il sapore di una presa d’atto: il tempo delle mediazioni è finito, se mai fosse realmente esistito. Per mesi si era parlato di un passaggio di consegne morbido, con le dimissioni anticipate di Vincenzo Napoli a gennaio — giustificate dallo stesso Napoli con la necessità di dare alla città «una nuova spinta propulsiva» — che avrebbero dovuto aprire la strada a un ritorno del vecchio leader in modo ordinato e, possibilmente, condiviso. Invece, l’ufficializzazione arrivata in questi giorni ha spazzato via ogni finzione, palesando una strategia che il centrodestra, per bocca dei suoi esponenti, aveva denunciato già all’indomani dell’addio di Napoli, parlando senza mezzi termini di «istituzioni trattate come un fatto privato» e di dimissioni «imposte» per fare posto al «sistema di potere deluchiano» -5-8.
Ma se le reazioni delle opposizioni erano scontate, ben più significative — e foriere di complicazioni — sono quelle che arrivano dall’interno del perimetro progressista. Perché De Luca, con il suo annuncio, ha di fatto messo all’angolo il Partito Democratico, costringendolo a una resa dei conti interna che la segretaria Elly Schlein, interpellata sulla vicenda, aveva cercato di scaricare sulle spalle del livello regionale, e in particolare su quelle del segretario campano Piero De Luca, che della situazione salernitana è insieme arbitro e figlio d’arte -10. Il giovane De Luca, finora, ha mantenuto un profilo basso e prudente, parlando genericamente di necessità di «allargare e rafforzare» la coalizione, senza però mai sposare apertamente la crociata paterna -3-7. Una posizione di equilibrio instabile, che rischia di essere travolta dalla forza d’urto del padre candidato.
A rendere il quadro ancora più torbido, del resto, ci pensano gli alleati del Movimento 5 Stelle. La posizione dei pentastellati salernitani, espressa senza giri di parole dall’assessore regionale Claudia Pecoraro, è un muro contro l’ipotesi di un appoggio al grande vecchio della politica campana. Pecoraro, parlando a nome del Movimento, ha chiarito che con De Luca non ci sarà alcuna alleanza, non per una questione personale, ma per un’incompatibilità di «metodo», per quel modo di governare che i 5 Stelle dicono di aver sempre avversato e che continueranno ad avversare anche dall’opposizione del consiglio comunale -4. Le sue parole suonano come una dichiarazione di guerra, o almeno come la certificazione di una frattura insanabile: «La sua autocandidatura era già autocelebrata», ha tagliato corto, augurando all’ex governatore una buona campagna elettorale, ma da avversario.




