Monte Faeta, il conto salato del fuoco: 720 ettari di bosco ridotti in cenere, due indagati e una comunità che si riorganizza

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Le fiamme, quelle alte quaranta metri che Tommaso Nozzolini ha visto divorare la propria abitazione mentre lui stesso si trovava in prima linea per spegnerle, hanno lasciato sul versante pisano del Monte Faeta una ferita destinata a rimanere aperta per decenni. L’incendio, domato solo sabato 2 maggio dopo aver imperversato per quasi una settimana tra le province di Lucca e Pisa, ha distrutto 720 ettari di macchia mediterranea e bosco: un patrimonio naturalistico che, come spesso accade in questi casi, viene quantificato più facilamente in termini di ettari bruciati che non di valore ecologico perduto. Le cifre, da questo punto di vista, raccontano solo una parte della tragedia: 420 dei 720 ettari appartengono al solo versante di San Giuliano Terme, dove migliaia di residenti hanno dovuto abbandonare le proprie case nel cuore della notte, svegliati dal clacson delle auto dei vicini in fuga dalle lingue di fuoco spinte dal vento di grecale.

Un rogo partito da un cumulo di sterpaglie e la corsa contro il vento

Le indagini dei carabinieri forestali hanno ricostruito la genesi del disastro, risalendo a due giardinieri cinquantenni, titolari di una piccola impresa, che martedì 28 aprile stavano lavorando in un oliveto a Santa Maria del Giudice. Dopo aver potato gli alberi, i due – che ora risultano indagati per incendio boschivo colposo aggravato – avrebbero ammassato i residui vegetali dandogli fuoco con la convinzione, rivelatasi tragica, che le braci si fossero completamente spente prima del loro allontanamento. Le condizioni meteorologiche, in quella giornata particolarmente ventilata, hanno fatto il resto: una favilla innescata dal cumulo ha preso a propagarsi rapidamente lungo il versante lucchese, scavalcando poi il monte fino a raggiungere Asciano Pisano, dove il fronte delle fiamme, alimentato dalla vegetazione secca, ha costretto le autorità a firmare un’ordinanza di evacuazione totale per la frazione. In quel contesto di emergenza assoluta, mentre i canadair e gli elicotteri lottavano contro il tempo e le raffiche di vento, il vigile del fuoco Nozzolini vedeva la propria casa in località Ragnaia avvolta dal fuoco: un paradosso crudele che lo ha visto impegnato a salvare le case altrui mentre la sua andava in fumo.

Responsabilità accertate e i danni a una casa simbolo

Oltre al danno ambientale incalcolabile, il rogo ha avuto conseguenze concrete e pesanti sulla popolazione civile: se la gran parte delle oltre tremila persone evacuate ha potuto fare rientro già nei giorni seguenti, l’abitazione di Nozzolini è stata dichiarata inagibile, con danni stimati in oltre centomila euro. La solidarietà, in questo caso, ha assunto i contorni di una mobilitazione lampo: in appena due giorni una raccolta fondi ha superato i venticinquemila euro, una cifra che gli organizzatori hanno già deciso di rivedere al rialzo per cercare di coprire quanto possibile le spese di ripristino della struttura. L’unica consolazione, in questo quadro desolante, è che nessuna altra abitazione abbia subito danni irreparabili, sebbene alcune strutture e una foresteria comunale siano state parzialmente intaccate dal calore e dalle fiamme.

Bonifica in corso e un precedente che pesa sulla memoria collettiva

Sul fronte operativo, il sistema regionale toscano antincendi boschivi ha ormai avviato la delicata fase della bonifica: si tratta di mettere in sicurezza l’area, eliminare ogni focolaio residuo e scongiurare il rischio di riaccensioni, specialmente in un territorio reso instabile dalla perdita del manto vegetale che trattiene il terreno. L’eco di questo disastro, per molti residenti della Valgraziosa, richiama alla mente i fantasmi del 2018, quando un altro incendio devastante bruciò milleduecento ettari tra i comuni di Calci e Vicopisano. Massimiliano Ghimenti, che all’epoca era sindaco di Calci e oggi siede tra i banchi del consiglio regionale, ha ricordato quanto sia complesso affrontare le conseguenze – amministrative, psicologiche e ambientali – di un simile evento, senza però poter offrire soluzioni facili a una domanda che aleggia tra le macerie: quanto vale davvero un bosco che non c’è più?. Sullo sfondo, intanto, la politica cerca di tradurre l’emergenza in atti concreti: la senatrice dem Ylenia Zambito ha già presentato un’interrogazione parlamentare al governo, chiedendo interventi urgenti per il ripristino del territorio e una riflessione seria sulla prevenzione, mentre la procura continua a esaminare le responsabilità dei due indagati, che rischiano fino a dieci anni di reclusione per il disastro ambientale provocato.

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