Zelensky perde Yermak, pilastro del suo governo tra gli scandali
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Redazione Esteri
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Un terremoto, annunciato con un video sui social network, scuote le stanze del potere a Kiev, dove Volodymyr Zelensky ha reso pubbliche le dimissioni di Andrij Yermak, il capo della sua amministrazione e regista indiscusso dell’azione di governo. L’addio del collaboratore più stretto e potente, colui che di fatto rappresentava il numero due del paese e che guidava l’ultimo round dei delicati negoziati con gli Stati Uniti, giunge in una giornata segnata dall’irruzione degli investigatori anticorruzione nella sua abitazione, un’immagine che ha reso tangibile uno scandalo ormai esploso. Zelensky, nel messaggio, ha prima ringraziato il suo fedelissimo per il lavoro svolto, per poi affermare, con un tono che riflette la gravità del momento, che «non deve esserci motivo di essere distratti da nient'altro che dalla difesa dell'Ucraina», una frase che suona come un’ammissione del duro colpo subìto e della necessità di preservare l’unità nazionale di fronte all’avanzata russa.
L'ombra dell'inchiesta sulla residenza
Le dimissioni, che seguono le pressioni sopportate a lungo dal presidente per mantenere Yermak al suo posto, appaiono come la diretta conseguenza dell’azione delle autorità giudiziarie, le quali, muovendosi su un terreno da sempre scivoloso, hanno condotto una perquisizione nella residenza dell’uomo, gettando un’ombra pesantissima sulla sua figura. L’episodio, che si inserisce in un più ampio contesto di indagini sulla corruzione, ha reso insostenibile la permanenza di un personaggio così in vista, costringendo Zelensky a un doloroso ma inevitabile cambio di rotta; un evento che, per quanto riguarda la lotta alla corruzione, dimostra come le istituzioni stiano agendo senza fare sconti a nessuno, nemmeno ai vertici dello stato.
Il contesto internazionale e il ruolo di Orbán
Mentre Kiev affronta questa crisi interna, sullo scacchiere geopolitico si muove Viktor Orbán, il quale, sfidando ancora una volta i malumori europei, si è recato a Mosca per un incontro con Vladimir Putin. Il vertice, durato tre ore, ha toccato temi cruciali come la cooperazione energetica – un settore nel quale Budapest, come osservato da Donald Trump, ha ottenuto la libertà di rifornirsi di gas russo – e i colloqui di pace per chiudere il conflitto in Ucraina. Putin ha elogiato l’atteggiamento «equilibrato» mantenuto da Orbán sulla guerra, un riconoscimento che legittima il leader ungherese nel suo ruolo di potenziale mediatore, offrendo la sua capitale sia per un summit tra il presidente russo e Trump, sia come sede per i negoziati di pace.
Le ripercussioni sull'assetto di potere
La partenza di Yermak, dunque, non è soltanto una questione di politica interna, ma un fatto che risuona profondamente negli equilibri di potere attorno a Zelensky, il quale si trova privato del suo principale stratega in un momento di massima tensione militare e diplomatica. La sua amministrazione, che per anni ha contato su un cerchio magico ristretto e molto coeso, deve ora fare i conti con un vuoto difficile da colmare, mentre le indagini procedono senza tregua. Qualcuno, osservando la scena, se ne è andato con lui, lasciando il presidente a ricostruire la propria squadra sotto la pressione combinata della guerra e della giustizia.




