Sinodo italiano, padre Piva: "Svolta per l'accoglienza delle persone Lgbt "
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Redazione Interno
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Padre Pino Piva, gesuita impegnato in prima linea in quel lavoro pastorale che il documento finale del Sinodo italiano definisce rivolto alle persone «omoaffettive e transgender», non nasconde un cauto entusiasmo, affermando che quanto accaduto sarebbe stato “impensabile solo quindici anni fa”. La sua valutazione dell’assemblea, da lui definita “magnifica”, trae origine dal consenso larghissimo con cui i partecipanti hanno sostenuto l’avvio di un cammino concreto che miri non a un’accoglienza di facciata, bensì al riconoscimento della piena dignità cristiana di queste persone all’interno delle parrocchie. Una presa di posizione, la sua, che riflette il clima di un’assise ecclesiale la quale, pur nel confronto dialettico che l’ha caratterizzata, ha saputo trovare un punto d’incontro su un tema da lungo tempo considerato divisivo.
Le richieste alla Cei e la lotta alle discriminazioni
Tra le indicazioni più significative che emergono dal testo “Lievito di pace e di speranza”, approvato con una maggioranza che supera il novantasei per cento, vi è l’esplicita richiesta alla Conferenza Episcopale Italiana di sostenere, attraverso la preghiera e momenti di riflessione, le iniziative promosse per contrastare la violenza. La Terza assemblea sinodale, infatti, ha individuato nella lotta a fenomeni come l’omofobia e la transfobia, accanto al contrasto al femminicidio, al bullismo e alla pedofilia, un impegno che la Chiesa nel suo insieme è chiamata a fare proprio. Questo orientamento, che si inserisce in un processo voluto da papa Francesco e giunto a compimento durante il pontificato di Leone, delinea una Chiesa italiana che intende porsi in ascolto delle istanze provenienti dalla società, senza per questo abdicare ai propri principi.
Una questione culturale e lo spazio per le donne
La decisione sinodale, che molti interpretano come una vera e propria svolta, fornisce ora alle diocesi e alle parrocchie uno strumento per realizzare percorsi più inclusivi verso categorie spesso relegate ai margini. Si tratta, come è stato osservato, di una questione prevalentemente culturale, che richiede un cambiamento di mentalità profondo; un cambiamento che passa anche attraverso un “maggiore spazio alle donne”, la cui presenza e i cui carismi, come ha recentemente riconosciuto Leone XIV, vengono talvolta ostacolati da atteggiamenti di chiusura. Il cammino appare dunque duplice: da un lato l’apertura verso il mondo Lgbt+, dall’altro il riconoscimento di un ruolo più significativo per le donne all’interno della vita ecclesiale.
Il percorso accidentato verso l’approvazione finale
Il traguardo raggiunto non è stato privo di ostacoli, poiché all’inizio di aprile il testo finale era stato sommerso da una pioggia di emendamenti e da interventi critici provenienti da diverse parti dell’assemblea, sia tra i conservatori che tra i progressisti. La situazione aveva reso necessario un rinvio di sei mesi per una completa riscrittura del documento, un periodo durante il quale il confronto è proseguito faticosamente. Sei mesi più tardi, tuttavia, quel medesimo documento ha ottenuto un voto pressoché unanime, dimostrando come la mediazione e la paziente ricerca di un linguaggio condiviso abbiano alla volta permesso di superare le divergenze iniziali e di approdare a un esito inatteso per molti.
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