Erdogan: «Israele pagherà per tutti i morti che ha causato»

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La preghiera dell’Eid al-Fitr, che segna la conclusione del mese penitenziale del Ramadan, si è trasformata ieri in un palcoscenico politico di fuoco per il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Nella moschea di Güneysu, cittadina della provincia di Rize affacciata sul Mar Nero da cui la sua famiglia è originaria, il leader ha pronunciato parole di una durezza che, pur rientrando nel suo stile retorico consolidato, assumono una valenza particolare nel contesto delle attuali tensioni che attraversano il Medio Oriente. Uscito dal luogo di culto, circondato dai fedeli, Erdogan ha rilasciato una dichiarazione ai giornalisti che non ha lasciato spazio ad ambiguità, incentrando il proprio messaggio su un attacco frontale allo Stato ebraico e a quello che ha definito il suo operato nella regione.

Il presidente turco ha descritto un quadro regionale incandescente, parlando di un Medio Oriente “in subbuglio” e “incandescente in questo momento”, come hanno riportato le agenzie di stampa presenti, tra cui l’agenzia statale Anadolu. In questo contesto di fermento, la sua accusa è piombata senza mezzi termini su Israele, definito ripetutamente “Israele sionista”. Erdogan ha affermato che questo “ha massacrato centinaia, persino migliaia di persone”, un conteggio che, nel suo intervento, è parso volutamente aperto a comprendere l’intero spettro delle vittime degli scontri degli ultimi mesi. Ma al di là del dato numerico, il cuore della minaccia è stato esplicitato con una formula che richiama una resa dei conti inevitabile: “Non ho dubbi che ne pagherà il prezzo”.

L’elemento di maggiore intensità, quello che ha catturato l’attenzione degli osservatori internazionali, è stato però il passaggio in cui Erdogan ha invocato un intervento divino. Rivolgendosi ai fedeli riuniti per la festività, il leader turco ha espresso la speranza che Allah, “il Dominatore”, possa “schiacciare e distruggere” Israele. Si tratta di un’invocazione che va oltre la tradizionale critica politica, inserendosi in una narrazione di stampo religioso che, da quando è iniziato il conflitto su più fronti nella regione, il presidente turco ha utilizzato con crescente frequenza. Non è la prima volta che Erdogan accusa il premier israeliano Benjamin Netanyahu – seppur senza nominarlo direttamente in questa circostanza specifica – di condurre una politica definita di “terrorismo” contro la pace regionale, ma l’apertura di un nuovo fronte retorico, proprio nel giorno in cui si chiude un periodo sacro per l’Islam, ha segnato un’escalation nel tono.

L’invocazione divina e il linguaggio della “distruzione”

Se l’accusa di aver ucciso migliaia di persone rappresenta un’estensione delle critiche già espresse in passato, l’appello esplicito affinché Dio distrugga Israele costituisce un salto di qualità nella comunicazione del presidente. Questo linguaggio, che mescola la condanna politica con la maledizione religiosa, è stato pronunciato al culmine di una cerimonia che avrebbe dovuto celebrare la rinascita spirituale: Erdogan aveva infatti ricordato ai presenti che ci si è “lasciati alle spalle il mese sacro del Ramadan” per giungere al giorno della festa. Eppure, il messaggio di rinascita per i musulmani è stato immediatamente associato a un presagio di sventura per il nemico dichiarato.

Analizzando le dichiarazioni riportate dalle agenzie, emerge chiaramente come il presidente turco abbia voluto collocare il conflitto in una dimensione quasi escatologica. Il riferimento al fatto che il Medio Oriente “perde continuamente martiri e veterani” serve a legittimare questa lettura religiosa della contesa, dove le vittime vengono sublimate in una causa superiore. In questo quadro, la promessa che Israele “pagherà il prezzo” non appare solo come una previsione politica o strategica, ma quasi come un dogma: un’inevitabilità storica e teologica. Le parole di Erdogan, filtrate dall’agenzia Anadolu, hanno così delineato uno scenario in cui la fine del Ramadan non rappresenta solo un momento di pace interiore, ma anche un’occasione per riaffermare con maggiore veemenza le proprie posizioni in politica estera.

Il contesto di Rize e la natura dell’intervento

La scelta della location, Rize, non è stata casuale. La città sul Mar Nero rappresenta per Erdogan un ritorno alle origini, un luogo simbolico dove il legame con l’elettorato di base si fa più stretto e dove il linguaggio può permettersi di essere meno istituzionale e più identitario. È qui, dopo la preghiera nella moschea di Merkez o Güneysu (a seconda delle fonti), che il presidente turco ha scelto di lanciare l’offensiva verbale più dura da quando il conflitto nella regione ha assunto le attuali dimensioni. Gli analisti sottolineano come questo intervento rappresenti un “ritorno all’attacco” contro Israele, in un momento in cui le dinamiche diplomatiche e militari in Medio Oriente si stanno ridefinendo rapidamente.

Le sue dichiarazioni, diffuse ampiamente dai media turchi, hanno l’effetto di consolidare il consenso interno su una base nazionalista e religiosa, riunita attorno alla causa palestinese. Accusando Israele di avere “ucciso centinaia e migliaia di persone”, Erdogan ha evitato di entrare nel merito delle specifiche operazioni militari o delle dinamiche di fuoco incrociato che coinvolgono attori come l’Iran e le milizie nella regione, preferendo una narrazione semplice e lineare: quella dell’aggressore sionista che dovrà subire le conseguenze. Non si è trattato di un semplice sfogo, ma di una presa di posizione calibrata per segnare il terreno, sia sul piano interno che su quello internazionale, mentre la comunità internazionale osserva con attenzione le mosse di Ankara, membro della Nato ma sempre più critico nei confronti delle politiche occidentali in Medio Oriente.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.