La resa dei conti a Trigoria: tra Ranieri e Gasperini è stallo totale, i Friedkin chiedono una tregua ma a fine stagione uno dei due dovrà lasciare

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Non è la prima volta, va detto, che la Roma si trovi a fare i conti con una frattura interna al proprio vertice; eppure, lo strappo consumatosi in queste ore tra Claudio Ranieri e Gian Piero Gasperini – un vero e proprio scontro generazionale e metodologico – sembra destinato a lasciare un segno ben più profondo delle precedenti burrasche. Il detonatore, come spesso accade nella Capitale, è stato innescato da una dichiarazione a ciel sereno: quella del senior advisor giallorosso, il quale, nel pre-partita di Roma-Pisa, ha ricordato senza troppi giri di parole come l’attuale tecnico non fosse nemmeno la prima scelta della società, anzi, tra i cinque o sei nomi proposti dalla proprietà diversi avevano detto “no” prima di lui. Una frecciata, quella di Ranieri, che ha inevitabilmente scoperchiato un vaso di Pandora pieno di veleni accumulati durante i mesi invernali, legati soprattutto alle scelte di mercato e alla gestione delle risorse umane.

Se da un lato Gasperini, reduce dalla vittoria, ha cercato inizialmente di gettare acqua sul fuoco parlando di “nessuno screzio” e liquidando la questione come una normale chiacchiera da corridoio, dall’altro lato il clima a Trigoria racconta una verità diametralmente opposta. La mole di retroscena che filtra dagli ambienti vicini alla società descrive un rapporto ormai logoro, dove ogni scelta tecnica (dagli acquisti mancati – si vedano i casi di Malen e Wesley – ai metodi di recupero degli infortunati come Koné e Mancini) diventa un campo di battaglia. Si respira un’aria pesante, quella che precede le grandi decisioni, e a nulla è valsa la vittoria sul campo per nascondere l’evidenza: il progetto voluto dai Friedkin lo scorso agosto, basato su una convivenza forzata tra l’esperienza di Ranieri e la competenza di Gasperini, ha mostrato tutte le sue crepe.

Lo sguardo vigile dei Friedkin e la “tregua” armata

Dal Texas, dove la famiglia Friedkin osserva con attenzione (e forse con un filo di stanchezza) l’ennesimo episodio di autolesionismo mediatico, non è ancora arrivato un verdetto ufficiale. Eppure, stando a quanto riportato dal Corriere dello Sport, il patron Dan avrebbe comunque fatto pervenire una richiesta precisa ai due contendenti: una tregua immediata, un cessate il fuoco necessario per evitare che la squadra, ancora in piena corsa per un piazzamento in Champions League, venga travolta dalle polemiche esterne. Nessuno, però, si fa illusioni; quella richiesta non è altro che una boccata d’ossigeno tattica per portare la nave in porto senza affondare prima del traguardo.

La sensazione, del resto, è che nessuno dei due possa più tornare indietro. Ranieri, che la proprietà chiama affettuosamente “Babbo Natale” per la sua capacità di portare serenità, ha rotto gli indugi e ha preso una posizione chiara, difendendo pubblicamente il lavoro del ds Massara e rivendicando la paternità di una linea strategica basata sulla sostenibilità e sui giovani. Gasperini, dal canto suo, non ha mai digerito del tutto l’ingombrante presenza di un senior advisor che, di fatto, si frappone tra lui e i vertici societari, né ha gradito l’ennesimo mercato estivo che, a suo dire, non gli ha fornito i cosiddetti “saltatori di qualità” per competere ai massimi livelli.

La resa dei conti a stagione finita: un’estate di rivoluzione

L’incontro faccia a faccia previsto a Trigoria – un de visu che molti giornali non esitano a definire già come una “resa dei conti” – servirà forse a ricucire lo strappo nell’immediato, ma è ormai opinione comune che non basterà a salvare il matrimonio. L’architettura voluta dai Friedkin prevedeva che Ranieri facesse da collante tra proprietà e spogliatoio, mentre Gasperini si concentrasse esclusivamente sul campo; nella pratica, quella separazione dei potori si è rivelata una chimera. Le due personalità, troppo forti e troppo radicate nelle proprie convinzioni, si sono trovate inevitabilmente a scontrarsi su ogni aspetto della gestione quotidiana.

E così, mentre la squadra prova a correre dietro l’obiettivo europeo, la dirigenza è già proiettata verso l’estate. L’ipotesi di una “pax romanista” che veda Ranieri, Gasperini e Massara seduti allo stesso tavolo anche nella prossima stagione appare, se non impossibile, quantomeno altamente improbabile. Troppi i punti di contrasto, troppo profonda la sfiducia reciproca. A meno di clamorosi dietrofront (che al momento nessuno intravede all’orizzonte), la sensazione è che a salutare dovrà essere uno dei due: o si rilancia il progetto triennale affidando pieni poteri al tecnico di Grugliasco, oppure si asseconda la visione del senior advisor, magari affidando la panchina a un profilo diverso, più in linea con la filosofia di crescita interna.

Tra golpe solitario e silenzi eloquenti

Quel che appare chiaro, analizzando la cronologia degli eventi, è che l’uscita di Ranieri non è stata affatto casuale. L’ex allenatore, che ha scelto di smettere di allenare proprio per ricoprire questo ruolo delicato, sa bene che certi messaggi non si lanciano a caso. Quando parla in televisione e rivela che alcuni giocatori non piacevano all’allenatore e che “non siamo stati in grado di prenderli”, non sta semplicemente facendo un resoconto tecnico, sta di fatto spostando l’ago della bilancia del consenso. Sta dicendo, tra le righe, che la responsabilità di eventuali insuccessi non può ricadere solo sulla società o sulla proprietà, ma va condivisa (se non addossata) a chi guida la squadra.

Dal canto suo, Gasperini ha scelto la strategia del silenzio o, al massimo, delle bordate indirette. In conferenza stampa, ha sorvolato sulle polemiche e ha preferito non rispondere a tono, consapevole che una guerra aperta in questo momento danneggerebbe solo la classifica. Ma il gelo, a Trigoria, è tangibile. I giocatori, quelli più esperti, fiutano l’aria e sanno che questi strappi difficilmente si ricuciono con un semplice abbraccio. La partita più importante, forse, non si gioca più in campo, ma nelle stanze del potere. E lì, dove non ci sono arbitri né regole scritte, si deciderà il futuro di una piazza che, ancora una volta, si trova a dover ricominciare da capo.

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