Lo strappo di Berlino e il no di Roma: Meloni chiude la porta ai migranti “dublinanti”
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Redazione Interno
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Non c'è pace per la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nemmeno nelle ore di relax trascorse tra le isole dell'arcipelago della Maddalena. È stato un risveglio amaro, quello di oggi, segnato dall'ennesima tensione diplomatica con un partner europeo di primo piano.
Se la scorsa settimana era stato il premier spagnolo Pedro Sanchez a far scattare un campanello d'allarme con il suo ultimatum sullo spazio Schengen, stavolta a muovere le acque è la Germania del cancelliere Friedrich Merz, che ha riaperto un fronte che si credeva ormai sopito da quasi quattro anni, quello dei trasferimenti dei richiedenti asilo in base al regolamento di Dublino.
La stretta di Berlino e la replica secca del Viminale
A scatenare la nuova fibrillazione tra Roma e Berlino è la volontà, espressa dal governo tedesco, di riattivare i meccanismi di ricollocazione dei cosiddetti “dublinanti”, ossia quei migranti che, entrati irregolarmente nel territorio dell'Unione Europea attraverso le coste italiane, hanno poi proseguito il loro viaggio verso la Germania per richiedere protezione.
La posizione dell'esecutivo guidato da Friedrich Merz è chiara e non ammette deroghe: quei cittadini extracomunitari vanno riconsegnati al Paese di primo ingresso, l'Italia, che secondo le regole del nuovo Patto sulle migrazioni dovrebbe farsene carico. Ma la risposta di Palazzo Chigi, e ancor prima del Viminale, è stata altrettanto netta e tranchant: un secco rifiuto, accompagnato da una motivazione che lascia poco spazio a fraintendimenti.
Fonti autorevoli del ministero dell'Interno hanno fatto sapere che, per l'Italia, non esiste al momento alcun obbligo di riprendersi i richiedenti asilo provenienti dalla Germania, poiché il quadro normativo di riferimento è radicalmente cambiato con l'entrata in vigore della nuova disciplina europea in materia di migrazioni e asilo.
Il bivio del 12 giugno 2026: la data che spacca l'Europa
Il punto nevralgico della controversia, e cioè il motivo per cui Roma rifiuta di aprire le proprie porte ai trasferimenti richiesti da Berlino, risiede in una data che il governo italiano considera ormai come uno spartiacque definitivo: il 12 giugno 2026. È in quel giorno, infatti, che è entrato ufficialmente in vigore il nuovo Patto sulle migrazioni, un complesso corpus di norme che ha riscritto le regole della gestione dei flussi migratori per tutti i Paesi membri.
Secondo la ricostruzione fornita dalla premier Meloni e ribadita con forza dai funzionari del Viminale, l'entrata in vigore del Patto ha di fatto azzerato, con effetto retroattivo, tutte le pratiche relative ai cosiddetti "dublinanti" che erano giunti in Europa prima di quella data. In sostanza, l'Italia considera chiusa la partita per tutti coloro che hanno messo piede nel Vecchio continente antecedentemente al 12 giugno 2026, e su questo punto non intende fare alcun passo indietro.
Ma c'è di più: nelle valutazioni di Roma, che paiono fondate su considerazioni logistiche e temporali, al momento sarebbe addirittura prematuro sostenere che possano esistere dei richiedenti asilo arrivati in Italia dopo quella fatidica data e che si trovino già in altri Stati membri, considerato che il lasso di tempo trascorso è troppo esiguo per aver completato le procedure di identificazione, registrazione e successivo spostamento.
Una posizione, quest'ultima, che suona quasi come una provocazione nei confronti della macchina amministrativa tedesca e che rischia di inasprire ulteriormente i toni di un confronto già acceso.
L'ombra delle Ong e le tensioni con la Spagna
Se il fronte tedesco si riapre con una veemenza inaspettata, lo scenario diplomatico per l'Italia si complica ulteriormente se si getta uno sguardo al versante iberico. La settimana appena trascorsa è stata caratterizzata da un duro scambio di vedute con il governo spagnolo, innescato dalle dichiarazioni di Sanchez relative alla gestione delle frontiere di Schengen, un tema su cui la premier Meloni aveva mostrato tutto il suo disappunto.
Questo doppio fronte caldo, il tedesco e lo spagnolo, mette l'Italia in una posizione di delicato equilibrio all'interno del consesso europeo, dove il peso specifico delle due nazioni è indiscutibilmente rilevante. A rendere ancor più complesso il quadro, inoltre, si inserisce la questione delle organizzazioni non governative che operano nel Mediterraneo.
Il Viminale, attraverso i suoi canali ufficiali, ha fatto trapelare l'esistenza di un ragionamento politico per cui la gestione dei flussi e le eventuali ricollocazioni dovrebbero tenere conto anche del “compenso” dovuto per le attività delle Ong tedesche, che spesso e volentieri prestano soccorso nel canale di Sicilia. Un riferimento che getta ombre su un braccio di ferro che non riguarda solo i numeri dei trasferimenti, ma il modo stesso di concepire la solidarietà europea e la gestione condivisa delle frontiere, un equilibrio che appare sempre più difficile da mantenere.
Regolamento di Dublino e nuovo Patto: un azzeramento contestato
La posizione dell'Italia, che appare granitica nella sua intransigenza, si fonda su un'interpretazione restrittiva del nuovo Patto sulle migrazioni, che l'esecutivo di destra intende come un punto di ripartenza totale. Da Palazzo Chigi, la narrazione che arriva ai media è quella di una pagina che si è voltata definitivamente: non si torna al passato, non si riprendono vecchie pratiche, non si riattivano meccanismi che il governo Meloni ha sempre giudicato iniqui e sbilanciati verso i Paesi di primo approdo come l'Italia.
Il rifiuto sistematico di riprendersi i “dublinanti” da parte di Roma, che va avanti ininterrottamente dal 5 dicembre 2022, si inscrive in questa logica di sfida alle regole del vecchio Dublino, considerato da sempre un sistema che scarica sugli Stati membri del Mediterraneo il peso maggiore dell'accoglienza. Ora, con l'avvento del nuovo Patto, l'Italia prova a giocare la carta dell'interpretazione letterale della data di entrata in vigore per blindare le proprie frontiere e impedire i rimpatri verso il nostro Paese.
Se da un lato questa linea ottiene consensi in patria, dove il tema della sovranità sui flussi migratori è un cavallo di battaglia del governo, dall'altro rischia di isolare l'Italia in un momento storico in cui la Germania, pur con tutte le sue contraddizioni interne, sta cercando di riorganizzare la politica migratoria europea.
Per ora la premier Meloni stringe i denti e tiene la barra dritta: da Berlino arrivano pressioni, ma la risposta è un no secco, senza possibilità di appello, in attesa di vedere se la tensione si allenterà o se l'asse Roma-Berlino sarà destinato a incrinarsi ulteriormente nei prossimi giorni.
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