Avatar: Fuoco e cenere, la bellezza calligrafica di un mito che vacilla

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La via dell’acqua, secondo capitolo della saga, ha consolidato il suo posto nella storia del box office globale, piazzandosi come terzo film di maggior incasso di sempre se si considera il dato non indicizzato all’inflazione, un risultato che lascia di stucco se paragonato al rapido declino della tecnologia 3D sulla quale James Cameron, ormai prigioniero del suo stesso mito, aveva costruito l’intero progetto cinematografico. I due film restano, a ben vedere, le uniche produzioni a memoria d’uomo – fatta eccezione forse per il recente Tron: Ares di Joachim Rønning – in cui l’effetto stereoscopico abbia trovato una ragione organica all’interno della diegesi, diventandone il protagonista assoluto e non un mero orpello visivo; gli occhiali, in quel caso, permettono di guardare il mondo con occhi diversi, poiché Pandora rappresenta una trasfigurazione calligrafica del nostro pianeta, che forse non riusciamo più ad apprezzare senza l’intermediazione di uno schermo.

Un universo narrativo in progressivo deragliamento

Quando sedici anni fa il primo “Avatar” irruppe nelle sale, fu chiaro a molti che a Cameron non interessasse più semplicemente fare film, ma creare un suo mondo-cinema totale, dove l’immagine potesse dominare incontrastata il rapporto con lo spettatore. E forse è proprio per quella portentosa epifania iniziale che oggi, a distanza di tre capitoli, questa avventura a taluni può perfino apparire noiosa e ripetitiva, avendo smarrito, un po’ pigramente, parte della sua originaria suggestione. Tra una scrittura che mostra segni di stanchezza e un immaginario visivo che alcuni critici considerano ormai fuori tempo massimo, il terzo episodio conferma un progressivo deragliamento dell’universo di Pandora, configurandosi come il vagone fantasma dell’intero franchise, dove la magniloquenza delle immagini sembra talvolta coprire una sostanziale vuotezza narrativa.

Il lutto e la performance incandescente di Zoe Saldaña

La storia, questa volta, scava nelle dinamiche familiari disintegrate, un tema che l’attrice Zoe Saldaña ha affrontato attingendo anche alla propria esperienza personale. «Ho conosciuto il dolore da bambina, perdendo un genitore», ha rivelato l’interprete, «ma la scomparsa di un figlio è qualcosa di innaturale, persino nel regno animale. Il lutto può renderti insensibile, è vero, ma se intorno a te c’è amore, devi imparare a lasciarti aiutare». Una profondità emotiva che non è passata inosservata al regista, il quale ha definito la sua performance come “incandescente”, sottolineando come la capacità dell’attrice di incarnare un dolore così profondo abbia dato spessore a un racconto altrimenti dominato dalla pura spettacolarità.

La curiosità inesauribile di un visionario

Nonostante le critiche rivolte alla struttura narrativa, rimane intatto il riconoscimento per la figura di Cameron, descritto dalla stessa Saldaña con un misto di soggezione e ammirazione. «È incredibile che, dopo tutti questi anni, provi ancora timore nei suoi confronti», ha affermato l’attrice, «e lo ammiro profondamente. Il suo senso di curiosità per la vita, il desiderio di rispondere a domande difficili, di comprendere l’ambiente che lo circonda, il mondo, gli esseri umani, gli oceani, lo hanno sempre spinto oltre ogni limite». È questa irrequieta volontà di esplorazione, del resto, che continua a spingerlo a contribuire in modo straordinario non solo alla narrazione cinematografica, ma anche al dialogo più ampio con la scienza e con le questioni ambientali, elementi che, al di là degli esiti artistici, rimangono il cuore pulsante dell’intera operazione.

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