Inghilterra eliminata, tutti contro Tuchel: ma il ct resta fino al 2028

Inghilterra eliminata, tutti contro Tuchel: ma il ct resta fino al 2028
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Redazione Sport Redazione Sport   -   Un quarto d’ora di pura illusione, di quelle che in Inghilterra sanno di impresa storica, e poi il crollo, fisico e mentale, contro la furia di un’Argentina che di romantico non ha proprio nulla. Perché se è vero che nel calcio, come nella vita, i sogni sono fatti per durare fino al risveglio, per i Tre Leoni il risveglio nella semifinale mondiale di giovedì 15 luglio è stato particolarmente amaro.

Thomas Tuchel, per qualche minuto, era stato osannato come un eroe nazionale, quasi paragonato ad Alf Ramsey, il condottiero del 1966, e perfino accostato, con un azzardo retorico eppure comprensibile nell’euforia del momento, alla figura di Winston Churchill. Poi il silenzio, rotto solo dai fischi e dalle prime, feroci critiche che lo hanno trasformato, nell’arco di novanta minuti, da stratega illuminato a capro espiatorio di una sconfitta che il Paese non riesce a digerire.

La partita, lo si diceva, era iniziata sotto i migliori auspici per la compagine britannica.

Il vantaggio iniziale aveva alimentato la narrazione di una serata perfetta, quella in cui il pragmatico calcio tedesco di Tuchel – un cortocircuito storico per i sudditi di Sua Maestà, affidare le sorti della nazionale a un tecnico di quella nazionalità – sembrava aver trovato la quadratura del cerchio. Ma la “garra” sudamericana, quella miscela esplosiva di agonismo e talento che i commentatori inglesi faticano sempre a tradurre in una parola sola, si è presto trasformata in un uragano.

L’Argentina, trascinata da un Lautaro Martinez scatenato e dalla regia chirurgica dei suoi centrocampisti, ha ribaltato il punteggio, lasciando i Tre Leoni a terra, senza fiato e senza più argomenti tattici da opporre. Mentre le strade di Buenos Aires e del resto dell’Argentina esplodevano in una festa che ha raggiunto persino le gelide distese dell’Antartide, come testimonia il video virale del tifoso solitario alla “Base Esperanza”, in Inghilterra si apriva il consueto, doloroso dibattito sulle responsabilità della débâcle.

La caccia al colpevole e il paragone con Southgate

Il confronto con Gareth Southgate, l’ex ct che aveva portato la nazionale a due finali europee e a una semifinale mondiale, è stato immediato e impietoso per Tuchel. L’idea, diffusasi negli ultimi mesi nel calderone dell’opinione pubblica britannica, era che il gioco speculativo e spesso compassato del predecessore andasse rivoluzionato in chiave offensiva. Con l’arrivo del tecnico tedesco, molti avevano sognato una svolta coraggiosa, una mano più pesante sul timone che potesse liberare il talento degli attaccanti inglesi, spesso imbrigliati in schemi troppo rigidi.

Eppure, nel momento decisivo della semifinale, quella visione romantica di un calcio d’assalto è andata in frantumi. Le critiche, come prevedibile, sono piovute copiose e feroci. Wayne Rooney, uno che di gol e di mondiali se ne intende, non ha usato giri di parole, dichiarando che l’approccio di Tuchel “ci è costato caro”, mentre la leggenda Gary Lineker, con quella sua ironia tagliente, non ha resistito alla battuta sulla “spia tedesca” in panchina, un’accusa velata ma pesante per un allenatore che ha fallito l’obiettivo principale: riportare il calcio a casa.

L’analisi più lucida e meno emotiva arriva, non a caso, dalla penna di Jamie Carragher, intervenuto sulle colonne del Telegraph. L’ex difensore del Liverpool smonta pezzo per pezzo la narrazione che vuole Tuchel come un tecnico troppo prudente o, al contrario, troppo inguaribilmente romantico. Carragher spiega che nel calcio inglese si era creata una strana aspettativa, quasi una favola, secondo cui bastasse un allenatore più determinato e con una maggiore capacità di leggere le partite per risolvere tutti i problemi.

“Con Tuchel – scrive Carragher – si è diffusa una visione romantica secondo cui le cose sarebbero andate diversamente in certe serate se solo l'Inghilterra avesse avuto un allenatore più determinato, più propositivo, con una capacità di leggere l'incontro tale da azzeccare ogni decisione importante”. Ma il calcio, come la storia, non si scrive con i “se” e con i “ma”. E la sconfitta subita contro l’Argentina ha dimostrato che la differenza, in certe notti, la fanno gli episodi e una certa ferocia agonistica, più che la nazionalità dell’allenatore o la sua presunta vena rivoluzionaria.

La festa argentina e il destino blindato del ct

Mentre in Inghilterra si cercavano disperatamente colpevoli e si alzavano le prime voci di contestazione, dall’altra parte del campo era solo tripudio. Pablo Giralt, il telecronista che aveva già fatto emozionare il mondo con il suo racconto di Argentina-Egitto, ha regalato un’altra perla di puro Pathos.

Le sue urla, la voce spezzata dall’emozione dopo il gol decisivo di Lautaro Martinez – lo stesso attaccante che sta vivendo un mondiale da protagonista assoluto – sono diventate virali nel giro di poche ore, conquistando milioni di visualizzazioni e diventando la colonna sonora di una notte magica per tutti gli argentini. Per loro, la festa è solo all’inizio, con la finale che li attende come ultimo, grande atto di un sogno che sembra non volersi fermare davanti a nulla.

Nonostante la tempesta mediatica che si è scatenata in Inghilterra, la Federazione non sembra intenzionata a cedere al populismo. Il contratto di Tuchel, firmato con l’obiettivo di costruire un ciclo, è blindato fino al 2028. Questo significa che l’allenatore tedesco avrà tutto il tempo per riscattarsi, per dimostrare che il suo progetto non è un fallimento ma un’opera in costruzione, interrotta bruscamente da un episodio sfortunato.

Forse, quella visione romantica che secondo Carragher aveva avvolto la sua nomina, si scontrerà nuovamente con la dura realtà del calcio che conta, quella in cui a decidere sono spesso dettagli. Ma per ora, nel Paese che ha inventato il calcio moderno, resta solo l’amaro in bocca di una semifinale persa, il rumore assordante di un’Argentina in festa e la consapevolezza che, per tornare a vincere, servirà molto più di un cambio in panchina.

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