Eurovision 2026, tra il “Bangaranga” bulgaro e l’incerta finale di Veronica Fusaro

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   È la seconda semifinale dell’Eurovision 2026, e il palco di Vienna si prepara a ospitare una sfilata di contrasti sonori che, come spesso accade in questo contesto, alternano ambizioni internazionali a scelte decisamente più sperimentali. Tra i nodi da sciogliere – e il pubblico, lo sappiamo, attende risposte precise – c’è la sorte della svizzera Veronica Fusaro, che porterà «Alice», un brano descritto come uno dei più curati dell’intera edizione; la domanda, retorica solo in apparenza, è se questa accuratezza stilistica basti a staccare il biglietto per la finale. Il Corriere del Ticino, con le sue immancabili pagelle, si prepara a giudicare, ma intanto la serata si apre con una delle performance più visivamente folli: quella della bulgara Dara.

La stanza rotante di Dara e il significato di “Bangaranga”

Sale sul palco con «Bangaranga», e lo fa dentro una stanza che gira, popolata da ballerini mascherati da clown, sedie rosse e coreografie sincronizzate che le telecamere inseguono creando continui effetti ottici. Il pezzo, musicalmente, è un balcan urban da giostra, tamarro quanto si vuole, ma resta una hit – e gli addetti ai lavori gli assegnano un 7,5. La domanda però, lo ammettiamo, è un’altra: cosa vuol dire “Bangaranga”? Dara, al secolo Darina Yotova, una delle popstar più note della scena bulgara, spiega che in patois giamaicano il termine indica il casino, la rivolta; per lei, più precisamente, rappresenta il momento in cui “scegli l’amore e non la paura”. Il titolo attinge anche all’immaginario dei Bambini Sperduti del film “Hook”, ma il testo parla comunque di forza interiore e libertà personale. La sua presenza scenica, già nota grazie a una voce riconoscibile e alla capacità di contaminare generi, trasforma la performance in un esercizio di stile che non lascia indifferenti.

L’Azerbaigian tra lacci e ballate senza anima

Molto diversa la proposta dell’Azerbaigian: Jiva con «Just Go» si ferma a un 4,5 nelle pagelle, inchiodata a una ballad fin troppo classica e drammatica per piano e archi. La storia è quella arcinota del “vattene amore, just go”, e sul palco lei si libera dai lacci che le tengono i polsi incamminandosi sulla passerella; peccato che l’esecuzione, per quanto tecnicamente ineccepibile, risulti priva di quella scintilla capace di trasformare un luogo comune in un’emozione. Anche l’Australia, con un 5, viene descritta come senza anima, mentre l’Albania – che farebbe paura persino al Gladiatore – incassa un 7 grazie a una grinta orchestrale fuori dal comune.

Il nodo Veronica Fusaro e il valore di una canzone “internazionale”

Resta sullo sfondo, ma non troppo, la questione che più interessa il pubblico elvetico: Veronica Fusaro riuscirà a portare la Svizzera in finale? Il brano «Alice» è indubbiamente curato, pensato per un ascolto internazionale, con una produzione che nulla lascia al caso; la cantante, dal canto suo, ha dimostrato in passato di saper reggere la pressione di una competizione mediatica feroce. Tuttavia, come insegna la storia recente dell’Eurovision, la qualità oggettiva di un pezzo non sempre si traduce in voti: contano la comunicazione visiva, la capacità di “mordere” in tre minuti, e talvolta un fattore X che nessuna pagella sa cogliere. Di certo, il confronto con una bulgara capace di mettere in scena una rivolta dentro una stanza rotante non facilita le cose.

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