La Fenice silura Beatrice Venezi, e alla fine vince (solo) il pubblico
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Sette mesi di polemiche, sette mesi di battaglie tra scranni del teatro e colonne dei giornali, sette mesi dove il nome di Beatrice Venezi è stato più presente nelle cronache politiche che nei cartelloni delle opere. Poi, quasi durante l’intervallo del «Lohengrin» – per l’esattezza la recita del 26 aprile – è arrivato l’epilogo che nessuno, a Venezia, si aspettava più a così breve distanza dagli ultimi colpi di scena. Un applauso liberatorio ha accolto la notizia, ma attenzione: non era un applauso per la direzione d’orchestra, bensì per la fine di una vicenda che aveva trasformato la Fenice in un campo di battaglia. La bacchetta della Venezi non si è neppure alzata, quella sera, perché il colpo di teatro è arrivato prima: l’esonero, un fulmine a ciel sereno tra un atto e l’altro, con motivazioni che il sovrintendente Nicola Colabianchi ha definito chiare.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso – secondo la versione ufficiale della fondazione – è un’intervista rilasciata dalla direttrice al quotidiano argentino «La Nacion»; parole giudicate «offensive e lesive della dignità dell’istituzione». Ma qui, a differenza di quanto si potrebbe pensare, non c’è stato il sovrintendente a tagliare il nastro della decisione, né tantomeno il sindaco Luigi Brugnaro, né il ministro della Cultura Alessandro Giuli. Anzi, per capire l’inversione di marcia basta scorrere velocemente una rassegna stampa dei mesi precedenti: l’arroganza con cui la Venezi era stata imposta e difesa – nonostante le proteste immediatamente partite non solo dai lavoratori del teatro ma anche da buona parte della critica musicale europea – racconta un’altra verità. Chi l’aveva voluta a tutti i costi, alla fine, non ha potuto trattenerla.
Chi sbaglia paga, anche a Palazzo Chigi cambia la musica
L’allontanamento di Beatrice Venezi non è stata una scelta artistica, e chiunque provi a leggerla in chiave puramente tecnica sbaglierebbe bersaglio. La rottura segna piuttosto un passaggio politico che travalica i confini della laguna, toccando le corde di una strategia più ampia di Giorgia Meloni; quella fase nuova, ormai consolidata da più di un anno di presidenza americana di Donald Trump (fatto ormai ordinario, non certo una notizia), in cui l’esecutivo italiano adotta una selezione drastica su tutto ciò che rischia di diventare zavorra reputazionale. La Fenice, in questo quadro, è stato solo il palcoscenico. La decisione di Colabianchi – recepita senza tentennamenti da Palazzo Chigi – ha dimostrato che nemmeno le nomine più blindate restano tali quando i riflettori iniziano a scottare.
E qui si innesta un altro elemento: il ministro Giuli, attraverso una nota del Mic, ha definito il licenziamento «un atto insindacabile del sovrintendente». Ha aggiunto che il governo non avrebbe potuto esercitare – e non intende esercitare – alcuna facoltà di condizionamento. Pur condividendolo «appieno», Giuli ha voluto ribadire l’autonomia della fondazione lirica: una precisazione non banale, se si considera quanto a lungo si fosse discusso di ingerenze romane nelle scelte del teatro veneziano. Eppure, la sensazione che aleggia nei corridoi della Fenice è un’altra: quella di una resa tardiva, più che di una svolta autonoma.
Dall’intervista al «Nacion» al passo indietro obbligato
I commenti «offensivi e lesivi» scaricati dalla direttrice sul quotidiano argentino hanno rappresentato la classica goccia nel vaso già colmo. Ma a ben guardare, le crepe nel rapporto tra la Venezi e l’orchestra erano apparse molto prima, già nei giorni immediatamente successivi alla sua nomina contestata. L’esonero del 26 aprile – certificato dall’applauso del pubblico nel corso dell’intervallo del «Lohengrin» – ha chiuso una ferita che si era infettata per sete di botteghino. A trionfare, paradossalmente, non è stata né la resistenza dei lavoratori del teatro, né quella degli orchestrali, né tantomeno la caparbietà della critica. A vincere è stato il silenzio imbarazzato di chi l’aveva scelta, costretto a riconoscere che l’arroganza non basta a tenere in piedi una direzione musicale.
Nessuno, però, ha parlato di complotti o di resa dei conti. Il sovrintendente Colabianchi ha agito di propria iniziativa – così sostiene – e il governo si è affrettato a prendere le distanze, quasi a voler dimostrare che la mano di Palazzo Chigi non c’entra. Ma resta un fatto: per sette mesi la Venezi era stata intoccabile, protetta da uno scudo politico che sembrava a prova di critica; poi, da un giorno all’altro, quello scudo è caduto come un sipario mal fissato.
La lezione (amara) di una stagione sospesa
Con l’applauso liberatorio del pubblico del «Lohengrin», la Fenice ha chiuso un capitolo che aveva stancato addetti ai lavori e frequentatori occasionali. La vicenda di Beatrice Venezi resterà come un caso di scuola: quello di una nomina voluta più per segnali politici che per meriti artistici, e poi silurata non appena le dichiarazioni di un’intervista sono uscite dal controllo. Il teatro, intanto, riprende il suo corso; le prove continuano, le opere vanno in scena. Ma il sapore che rimane in bocca è quello di un’occasione sprecata per parlare di musica, mentre si discuteva soltanto di poltrone.




