Seveso, cinquant’anni dopo. Dalla nube di diossina una lezione che ha cambiato il modo di fare prevenzione
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Redazione Interno
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Il 10 luglio 1976, un sabato, alle 12.28, il disco di scoppio dell'impianto per la produzione di triclorofenolo nello stabilimento Icmesa di Meda, in Brianza, si aprì come una valvola di sicurezza, evitando un'esplosione ma liberando una nube biancastra che conteneva, tra le altre sostanze, circa 130 chili di diossina. Il vento spinse il pennacchio tossico verso sud-est, e le prime avvisaglie di ciò che stava accadendo arrivarono agli abitanti di Seveso e dei comuni limitrofi sotto forma di un odore acre e pungente, di una pioggia sottile e appiccicosa che macchiava le foglie e le superfici.
Solo nei giorni successivi, con l'arrivo dei primi animali morti e con il manifestarsi di bruciature e cloracne sulla pelle di molti bambini, la dimensione di quella che sarebbe stata ricordata come una delle peggiori catastrofi ambientali civili d'Europa cominciò a delinearsi, gettando nel terrore una comunità intera che non aveva mai sentito nominare la diossina e che si ritrovava improvvisamente a fare i conti con un nemico invisibile e letale.
I segni di quel luglio e il dramma delle madri
Tra le voci che si levarono in quelle ore di smarrimento e di paura, una delle più forti e drammatiche fu quella che riguardava le donne incinte, esposte come tutti gli altri alla contaminazione ma con un peso in più, la vita che portavano in grembo. In un clima di incertezza assoluta, e con la scienza medica ancora incapace di valutare appieno le conseguenze sulla salute del feto, cominciarono a circolare pressioni e inviti a interrompere la gravidanza, quasi che l'unica via percorribile fosse quella di cancellare ogni speranza per non correre rischi.
È in questo contesto che si inserisce la testimonianza di Adele Asnaghi, riportata nelle cronache di questi giorni, una donna di Seveso che all'epoca era in attesa di un bambino: "Quello che Dio vuole non è mai troppo, il Signore c'è e guarda giù", ha dichiarato, rievocando la forza che l'ha sorretta in quei mesi difficili, quando la scelta di non abortire significava opporsi a una sorta di ragione collettiva dettata dal panico.
Una frase che racchiude, più di tanti dati, il vissuto di chi si trovò a dover decidere del proprio futuro e di quello dei propri figli senza poter contare su certezze scientifiche, affidandosi invece a una speranza che, come il tempo avrebbe dimostrato, non era del tutto infondata.
Paolo Mocarelli e la sfida dell'ignoto
A fare da ponte tra quel dramma e la comprensione futura dei suoi effetti fu il professor Paolo Mocarelli, all'epoca primario del Servizio di Medicina di Laboratorio dell'ospedale Pio XI di Desio, che si trovò ad affrontare una situazione per la quale non esisteva alcun protocollo né alcuna esperienza pregressa. La diossina, in quel contesto, era una parola quasi sconosciuta ai più, e i suoi effetti a lungo termine rappresentavano un territorio completamente inesplorato per la comunità scientifica internazionale.
Mocarelli, presente anche alla recente cerimonia di commemorazione dei cinquant'anni dall'incidente, ha rievocato il clima di quei mesi, caratterizzato dall'urgenza di fornire risposte a una popolazione impaurita e dalla consapevolezza che molte delle domande rimaste senza risposta avrebbero potuto trovare soluzione solo con il passare del tempo.
Fu proprio grazie alla sua intuizione, e alla decisione di conservare meticolosamente i campioni biologici prelevati dai cittadini esposti, che anni dopo fu possibile misurare con precisione i livelli di diossina nel sangue di quelle persone, offrendo una base scientifica solida per studi epidemiologici che altrimenti sarebbero stati impossibili.
"Vengo dalla ricerca – ha spiegato il professore – e ho pensato che quello che non si poteva fare oggi si sarebbe potuto fare in futuro", una filosofia che ha trasformato quella tragedia in un'occasione di conoscenza, gettando le basi per una migliore comprensione dei meccanismi di tossicità e per lo sviluppo di più efficaci sistemi di prevenzione.
Il compleanno di Giuliana Zorzi e il racconto di un'esperienza collettiva
Tra i tanti volti di quella giornata che segnò per sempre la vita di una comunità, c'è anche quello di Giuliana Zorzi, che quel 10 luglio compiva diciotto anni e si apprestava a festeggiare il traguardo con tutta la famiglia nella casa di via Carlo Porta 24, a Seveso. Sul palco della cerimonia di commemorazione, la sua voce ha restituito il clima surreale di quella giornata: le finestre sprangate, l'odore acre che penetrava ovunque, la festa che non si fece e l'angoscia di non capire cosa stesse accadendo.
E poi la zia, che aveva il telefono, l'unico in tutta la via, e la decisione di chiamare il cognato, operaio all'Icmesa, per cercare di farsi dire la verità, per avere un indizio che potesse spiegare quella strana malattia che sembrava essersi abbattuta sulla loro vita.
Un racconto che non è solo personale ma diventa il simbolo di un'intera popolazione che si ritrovò a fare i conti, da un giorno all'altro, con un evento che non aveva precedenti e per il quale nessuno era preparato, e che ancora oggi, a cinquant'anni di distanza, continua a essere ricordato come un monito e come un esempio di come la ricerca scientifica, unita alla memoria e alla resilienza di chi ha vissuto quei giorni, possa trasformare un disastro in una lezione per il futuro.




