Cyber attacchi alla sanità, la cartella clinica nel dark web vale mille euro
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Redazione Economia
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La trasformazione digitale, che pure ha restituito efficienza e nuove possibilità di cura, ha modificato irreversibilmente la natura del rischio operativo per ospedali, laboratori e piattaforme territoriali. Cartelle cliniche elettroniche, sistemi di diagnostica connessa, software di laboratorio e dispositivi medici interoperabili hanno progressivamente ampliato il perimetro digitale ben oltre il tradizionale data center ospedaliero, rendendo la superficie d’attacco – per dirla con gli esperti del settore – sempre più estesa e difficile da proteggere con le logiche del passato. E se la spesa per la sanità digitale continua a crescere, toccando i 2,2 miliardi di euro nel 2023, parallelamente si assiste a un fenomeno inquietante: quella che una volta era una semplice documentazione medica è diventata un bene preziosissimo sul mercato nero, al punto che una singola cartella clinica può valere fino a mille euro nel dark web.
Il valore criminale di un fascicolo sanitario
A fare luce sul dato, emerso in occasione di un accordo sulla cyber security siglato fra il Centro operativo per la sicurezza cibernetica del Piemonte e Valle d’Aosta e una startup del settore nucleare, è stato l’esperto Alessandro Curioni, il quale ha spiegato come una cartella clinica, diversamente da una carta di credito che dopo pochi utilizzi diventa inservibile, rappresenti un’identità da sfruttare in molteplici modi. Non si tratta solo di dati anagrafici, ma di un vero e proprio dossier che raccoglie informazioni genetiche, comportamentali e la storia clinica completa di una persona. Questa completezza, se da un lato garantisce cure più coordinate e maggiori opportunità per la ricerca, dall’altro offre ai criminali informatici un arsenale di possibilità: frodi assicurative, furti di identità sofisticati, ricatti personali e persino truffe farmaceutiche diventano praticabili con un livello di dettaglio che nessun altro tipo di dato rubato può garantire. L’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, attraverso la voce della sua vice direttrice Nunzia Ciardi, ha confermato come questa peculiarità renda i dati sanitari i più ricercati dagli hacker, proprio perché la loro riutilizzazione nel tempo ne moltiplica esponenzialmente il valore.
Vulnerabilità strutturali e rischi per i pazienti
Il sistema sanitario italiano, con la sua organizzazione frammentata su base regionale, presenta criticità profonde quando si parla di protezione delle infrastrutture critiche. Molte strutture, soprattutto nel pubblico, operano con apparati informatici obsoleti e budget dedicati alla sicurezza spesso insufficienti, mentre la carenza di competenze digitali aggrava ulteriormente il quadro. L’adozione massiccia di tecnologie OT (Operational Technology) e IoT (Internet of Things) nel contesto ospedaliero ha infatti ampliato la superficie d’attacco esponendo non solo i dati, ma gli stessi apparati elettromedicali fondamentali per la diagnostica e la cura; se a ciò si aggiunge la vulnerabilità della supply chain, dove i fornitori esterni – spesso con accessi remoti poco monitorati – rappresentano un potenziale vettore di infiltrazione, si comprende come la posta in gioco vada ben oltre la semplice violazione della privacy. Il recente attacco al settore sanitario francese ha riacceso i riflettori su quanto possa degenerare la situazione quando i servizi vengono bloccati, costringendo il personale a tornare a metodi analogici e determinando il rinvio di interventi non differibili.
La trasformazione digitale e il perimetro della privacy
La cartella clinica, oggi, non è più un semplice documento medico ma un sistema digitale complesso, e proprio questa evoluzione impone una riflessione sulle modalità di accesso ai dati. In un recente accertamento ispettivo, il Garante per la protezione dei dati personali ha sanzionato un’azienda ospedaliero-universitaria con una multa di 80mila euro per aver configurato in modo inadeguato il dossier sanitario elettronico. L’Autorità ha rilevato che tutto il personale sanitario poteva consultare la storia clinica dei pazienti, anche senza essere direttamente coinvolto nel percorso di cura, e che i sistemi non prevedevano profilazione degli accessi né misure di sicurezza come alert o tracciamento delle operazioni in file di log. Violazioni analoghe, che hanno portato a sanzioni anche per una clinica privata, dimostrano come la consapevolezza del rischio informatico nel settore sanitario fatico a tradursi in prassi operative adeguate, nonostante la direttiva NIS 2 imponga ormai standard stringenti per la gestione della sicurezza nelle infrastrutture critiche.
L’inerzia del sistema di fronte all’evoluzione della minaccia
La crescita degli attacchi informatici nel settore sanitario, che in Italia ha registrato un incremento del 15% nel 2024 rispetto all’anno precedente, racconta di un sistema che corre veloce verso la digitalizzazione senza però accompagnare il passo con investimenti strutturali in difesa. Secondo stime di settore, una semplice attività di prevenzione – come l’installazione costante degli aggiornamenti di sicurezza – potrebbe evitare l’80% degli attacchi, eppure a un anno dal rilascio degli aggiornamenti, circa un quarto delle strutture, pubbliche e private, non li scarica ancora. La minaccia si fa sempre più ibrida: se il ransomware rimane la tipologia di attacco dominante, capace di paralizzare interi nosocomi in attesa del pagamento di un riscatto, emergono fenomeni come l’hacktivism, con attacchi DDoS che mirano a compromettere non solo l’operatività ma anche la reputazione delle strutture sanitarie. In questo scenario, dove la posta in gioco non è solo la riservatezza dei dati ma la continuità delle cure e la sicurezza dei pazienti, il divario tra la velocità dell’innovazione tecnologica e la lentezza degli interventi di messa in sicurezza rischia di allargarsi pericolosamente.




