La Flotilla e il video degli italiani: «Se ci fermano, è colpa delle nostre autorità»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   C’è un video, pubblicato su Instagram dalla componente italiana della Global Sumud Flotilla, che somiglia a una confessione preventiva. Lo si guarda ed è subito chiaro: chi parla – alcuni attivisti ripresi prima della partenza – sa già che potrebbe finire nei guai. «Se state guardando questo video – dicono, guardando dritto in camera – è perché le forze italiane ci hanno sequestrato in acque internazionali». Una frase studiata, quasi una clausola contrattuale, che non lascia spazio a equivoci. Non è il prodotto dell’improvvisazione, bensì un rituale già collaudato in altre spedizioni analoghe: un messaggio registrato in anticipo, conservato come una polizza assicurativa mediatica, e diffuso solo nel momento in cui il fermo diventa realtà. Dei 175 attivisti complessivamente bloccati, ventidue sono cittadini italiani, e proprio per loro la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha chiesto l’immediata liberazione, definendo “illegale” il loro trattenimento.

Chi sono gli italiani finiti nella rete israeliana

Tra i 211 membri della Global Sumud Flotilla fermati dalle forze israeliane in un blitz avvenuto in acque internazionali, al largo di Creta, figurerebbero ventitré italiani – un numero che oscilla lievemente, a seconda delle fonti, rispetto ai ventidue menzionati in precedenza. Non si tratta di un gruppo omogeneo. Vi si trovano veterani delle missioni di rottura del blocco navale su Gaza, come il pugliese Tony La Piccirella, membro del comitato direttivo, già fermato a settembre durante la prima spedizione della Flotilla. Accanto a lui, attivisti alla loro prima esperienza, uomini e donne che hanno deciso di salire a bordo senza avere alle spalle una lunga scia di precedenti. In totale, gli italiani imbarcati sulle cinquantasette barche della spedizione – alcune delle quali battono bandiera italiana – erano cinquantacinque, ma solo una parte di loro è stata fermata. Un dato che sottolinea selettività nell’intervento, senza che per ora siano emerse spiegazioni ufficiali su tale disparità.

L’incursione in acque internazionali e il ruolo di Greenpeace

La nave Arctic Sunrise di Greenpeace navigava al fianco della Global Sumud Flotilla. Lo scopo dichiarato, anche da parte dell’organizzazione ambientalista, era sostenere una missione civile e pacifica finalizzata a rompere “l’assedio illegale di Gaza” e a garantire un accesso sicuro e senza ostacoli agli aiuti umanitari. Tra la notte del 29 e il 30 aprile 2026, però, la flottiglia è stata intercettata dalle forze armate israeliane (IDF) mentre si trovava ancora in acque internazionali. L’azione è stata descritta dai partecipanti come un “attacco”: diverse imbarcazioni sono state abbordate con la forza, e circa centottanta persone sono state sequestrate. Non ci sono dettagli espliciti sulle modalità dell’operazione militare, né sulle condizioni dei fermati nelle ore immediatamente successive, ma la dinamica – abbordaggio in alto mare, lontano dalle acque territoriali di Israele – ha già acceso un dibattito sul piano del diritto internazionale. Le autorità israeliane non hanno ancora fornito una propria versione dettagliata dei fatti.

Cortei a Milano e Roma, la solidarietà senza condizioni

Mentre il caso assume una rilevanza diplomatica, nelle piazze italiane si muove qualcosa. Due cortei in sostegno degli attivisti fermati sono stati organizzati: uno a Milano, con partenza alle 17, e uno a Roma, alle 18. Non si tratta di manifestazioni spontanee ma di iniziative coordinate, che arrivano a poche ore dalla notizia del blitz navale. Intanto Freedom Flotilla Italia, una delle realtà che ha sostenuto la missione, ha espresso “piena e incondizionata solidarietà” alle persone coinvolte nell’azione militare al largo di Creta, definendole impegnate in una missione civile con finalità umanitarie. Il quadro, insomma, è ancora in larga parte da definire: quello che si sa per certo è l’esistenza di quel video, la lista di nomi italiani fermati, la reazione della presidenza del Consiglio e la mobilitazione di piazza. Per il resto, dalle navi israeliane ai tribunali internazionali, si attendono sviluppi di cui ancora non si può scrivere.

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