Il lungo addio a Enrica Bonaccorti e la sfida silenziosa del tumore al pancreas
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Salute
-
La scomparsa di Enrica Bonaccorti, avvenuta all'età di settantasei anni, ha riportato l'attenzione su una patologia oncologica tra le più temute e subdole, quel tumore al pancreas che la conduttrice aveva affrontato con coraggio sin dallo scorso settembre, quando ne aveva annunciato pubblicamente la diagnosi e l'inoperabilità. Una neoplasia, questa, che non fa distinzioni di celebrità e che, negli ultimi anni, ha spezzato la vita di numerosi volti noti, dall’amica e collega Eleonora Giorgi, scomparsa poco più di un anno fa, a figure dello sport come l’allenatore Sven Goran Eriksson e l’indimenticato Gianluca Vialli, senza dimenticare il tenore Luciano Pavarotti e l’attore Patrick Swayze; un elenco, purtroppo, che sottolinea la feroce imparzialità della malattia.
La difficoltà di una diagnosi tempestiva
Il nodo cruciale che rende il carcinoma pancreatico un nemico particolarmente insidioso risiede, come confermano gli esperti, nella sua spiccata silenziosità nelle fasi iniziali. Si stima che ogni anno, solo in Italia, si verifichino circa tredicimila-quattordicimila nuovi casi, e nella stragrande maggioranza di questi la scoperta avviene quando la malattia è già in uno stadio localmente avanzato o, peggio, metastatico. Il pancreas, posizionato in profondità nella cavità addominale dietro lo stomaco, può infatti ospitare una massa in crescita senza provocare disturbi specifici e inequivocabili; i sintomi, quando compaiono, sono spesso subdoli e aspecifici, facilmente confondibili con altre patologie meno gravi. Un dolore sordo alla parte superiore dell'addome che si irradia alla schiena, una perdita di peso involontaria, la comparsa improvvisa di un diabete o un ittero ingiallimento della pelle e delle sclere, sono segnali che dovrebbero allertare, ma che talvolta vengono inizialmente sottovalutati, posticipando irrimediabilmente una diagnosi che, se precoce, potrebbe fare la differenza.
Un’aggressività biologica intrinseca
Oltre alla diagnosi tardiva, a complicare il quadro terapeutico contribuisce la natura biologica stessa di questa neoplasia. La stragrande maggioranza dei tumori del pancreas, circa il novantacinque per cento, è rappresentata dall’adenocarcinoma duttale, una forma che origina dalle cellule che rivestono i dotti attraverso i quali fluiscono gli enzimi digestivi e che si contraddistingue per una particolare aggressività e per una spiccata capacità di sviluppare resistenza ai farmaci. A questo si aggiunge la complessità del microambiente tumorale, caratterizzato dalla presenza di una densa barriera fibrosa, nota come desmoplasia, che non solo protegge le cellule malate, ma ostacola fisicamente la penetrazione delle terapie, rendendo vani anche gli attacchi più mirati; all’interno di questa impalcatura, si annidano le cellule staminali tumorali, responsabili della rigenerazione del tumore dopo i trattamenti e della disseminazione di metastasi.
Le opzioni terapeutiche attuali e le prospettive di ricerca
Nonostante il quadro complesso, la ricerca scientifica non si è fermata. Se è vero che la percentuale di sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi si attesta ancora su cifre drammaticamente basse, attorno al dieci-tredici per cento, è altrettanto vero che, per una quota ristretta di pazienti, quella in cui la malattia viene scoperta quando è ancora confinata al pancreas, si apre la strada all’unica opzione potenzialmente curativa: la chirurgia. L’intervento, che può consistere nella duodenocefalopancreasectomia per i tumori della testa del pancreas, è un’operazione complessa che richiede centri ad alta specializzazione, dove un approccio multidisciplinare coinvolga chirurghi, oncologi, radiologi e radioterapisti nella definizione del percorso più adatto per ogni singolo paziente. Oggi, la chemioterapia, sia prima che dopo l’intervento, rappresenta un pilastro fondamentale, e si iniziano a fare strada anche terapie a bersaglio molecolare per quei tumori che presentano specifiche mutazioni genetiche, come quelle a carico dei geni BRCA, o l’immunoterapia, sebbene quest’ultima debba ancora superare le barriere poste dal microambiente tumorale per dimostrare la sua piena efficacia in questo specifico tipo di cancro.




