Giulia Michelini a “Belve”: «Ho preso ayahuasca e ho avuto le visioni. Senza mio figlio? Non vivrei»

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è chi arriva in televisione con la scorta di comunicatori, chi con il romanzo già ripassato e chi, come Giulia Michelini, sceglie la via opposta: quella di presentarsi senza parafulmini, anzi, quasi sfidando la tempesta. Ospite martedì 14 aprile 2026 di “Belve”, il programma di Rai 2 condotto da Francesca Fagnani, l’attrice romana di 40 anni – figlia di magistrati di origine napoletana, debuttò al cinema diciottenne con Gabriele Muccino in “Ricordati di me” – ha sciorinato un racconto fatto di sostanze psichedeliche, maternità precocissima e un’autenticità così cruda da far impallidire persino la ritualità ormai un po’ stanca del format. “La gente dice che so’ pazza”, ha esordito con una leggerezza che sapeva però di consapevolezza, quasi a voler disarmare in partenza ogni possibile etichetta.

Ayahuasca e visioni: il “percorso curativo” di un’attrice senza filtri

Tra i passaggi più destinati a rimanere impressi – quelli che, a pensarci bene, difficilmente si sentono nei salotti buoni dove ogni parola viene pesata con la bilancia delle relazioni pubbliche – c’è senz’altro la confessione relativa all’ayahuasca. Michelini l’ha assunta tre volte, precisa lei, descrivendola non come una trasgressione giovanile o come una moda new age, ma come un’esperienza “curativa”. Ne ha avuto visioni, lo ammette senza quelle cautele che spesso accompagnano il racconto di sostanze psicotrope; e lo fa con la stessa schiettezza con cui, poche battute dopo, si lascia andare a una considerazione che suona quasi come un’equazione esistenziale: senza suo figlio, quello avuto a soli diciannove anni, lei “non vivrebbe”. Non è un’iperbole retorica, a sentire il tono, quanto piuttosto la presa d’atto di un legame che l’ha tenuta ancorata a qualcosa di concreto mentre tutto il resto – carriera, errori, successi improvvisi – rischiava di farla deragliare.

Dalla “Squadra antimafia” al “circoletto”: le insidie di una carriera costruita anche sui ruoli difficili

Il volto di Michelini è diventato celebre soprattutto grazie a Rosy Abate, quel personaggio nato nel 2009 in “Squadra antimafia” e capace di attraversare la fiction italiana con una forza quasi criminale – nel senso letterario e metaforico del termine. Ma il suo curriculum, lungo ormai più di vent’anni, è costellato di tappe tutt’altro secondarie: è stata la prima “fidanzata” di Checco Zalone in “Cado dalle nubi”, la figlia di Borsellino, la fidanzata incinta del nipote precario in “A casa tutti bene”, nonché la paziente del giovedì della terza stagione di “In treatment”. Eppure, nonostante una carriera piena, l’attrice non ha risparmiato una stoccata a quello che definisce “il circoletto” – termine con cui si riferisce a certe dinamiche chiuse e autoreferenziali del mondo dello spettacolo, quelle dove si entra per conoscenze, per cene giuste o per silenzi compiacenti. Lei, che ha dovuto costruirsi tutto da sola fin da giovanissima, sembra averne le ossa rotte, e lo dice senza peli sulla lingua.

Un difetto inconfessabile e la gravidanza a diciannove anni: quando “Belve” ritrova il morso

A molti, ultimamente, il programma di Fagnani è sembrato aver perso quel “graffio” che ne aveva decretato il successo. E in parte è vero, aggiungono i critici, che la responsabilità non ricade solo sulla conduttrice – le sue domande, ormai, seguono un copione quasi prevedibile – ma anche su ospiti troppo “pettinati”, troppo guardinghi, troppo poco disposti a mostrare le crepe. Ebbene, Michelini quelle crepe le ha trasformate in vetrine. Ha parlato della gravidanza a diciannove anni con la franchezza di chi non ha avuto il lusso di pianificare, ha raccontato di un difetto personale – definito “molto fastidioso e molto particolare”, senza però scadere nel dettaglio gratuito – che nessuno avrebbe mai confessato prima di lei. E lo ha fatto alternando ironia, lacrime trattenute e una sorta di incoscienza calcolata. Del resto, lei stessa ammette che il pubblico la percepisce come “pazza”, ma forse quella follia è solo l’altra faccia di una sincerità che a certi livelli non è più concessa. Non ci sono morali, non ci sono giudizi né pronostici su cosa farà domani. C’è solo il racconto di una donna che ha bevuto l’ayahuasca, ha visto cose, ha messo al mondo un figlio prima dei vent’anni e oggi dice: senza di lui, mi sarei persa.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.