Craig Venter, il pioniere controverso che sequenziò il Dna, e quella sfida vinta con Rappuoli per il vaccino

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Se si volesse raggiungere l’ufficio di Craig Venter, biologo e imprenditore scomparso ieri a San Diego a 79 anni a causa di un tumore, bisognava percorrere un lungo corridoio; era tappezzato di articoli che celebravano le sue imprese, una galleria della fama che lui stesso (amava esaltare la sua figura, cosa che non lo rendeva sempre popolare tra i colleghi) aveva allestito con cura. Rino Rappuoli, direttore scientifico della Fondazione Biotecnopolo di Siena e uno dei più grandi "vaccinologi" mondiali, lo ricorda con un misto di ironia e rispetto profondo. Nonostante Venter non andasse d’accordo con molti scienziati – anzi, ne aveva fatti parecchi, come raccontava divertito un senatore che gli aveva detto: “Dal numero e dal livello dei suoi nemici, deve essere importante” – con l’italiano formava una "coppia che funzionava".

Da quella decisione nacque una collaborazione che avrebbe cambiato il paradigma della ricerca. Per la prima volta, spiega Rappuoli, non si partiva dall’analisi diretta del microrganismo, ma dalle informazioni scaricate in un computer. Un approccio che lo scienziato italiano ha ribattezzato "reverse vaccinology" (vaccinologia inversa). Grazie a quella intuizione, in pochi mesi si identificarono un numero di antigeni superiore a quanto scoperto in decenni di tentativi tradizionali; nello specifico, quei componenti del vaccino contro il meningococco B non sarebbero mai stati individuati con le vecchie tecnologie, dato che lo zucchero che avvolge questo batterio è troppo simile a molecole naturalmente presenti nel umano, rendendolo invisibile al sistema immunitario.

La velocità della genomica e i vaccini sintetici

I tempi, va detto, erano completamente diversi da quelli odierni. All’epoca Venter – che pure era il più veloce del settore – impiegava oltre quattordici mesi per sequenziare un singolo genoma batterico. Oggi, come ricorda lo stesso Rappuoli, ne sequenziamo migliaia in un giorno. Ma la loro collaborazione non si fermò al batterio. Anni dopo, quando Venter si concentrò sulla creazione di geni sintetici in laboratorio, chiese nuovamente aiuto al collega per trovare un’applicazione medica.

L’occasione arrivò il giorno di Pasqua del 2013: il Centro per il controllo delle malattie cinese pubblicò su internet la sequenza genetica del virus aviario H7N9, un patogeno che aveva già ucciso tre persone e che possedeva tutte le carte in regola per scatenare una pandemia. Senza avere il virus fisico in mano (ci sarebbero voluti mesi per ottenerlo dalla Cina), Venter sintetizzò i geni usando la sequenza scaricata dal web. Il lunedì di Pasqua, grazie a quei geni sintetici, Rappuoli e il suo team avevano già pronto un vaccino. Quel metodo, collaudato nel 2013, è lo stesso che tutti hanno utilizzato nel 2020 per realizzare i vaccini a mRNA contro il Covid.

L’eredità di una “macchina da guerra” della biologia

Venter non era certo il tipico accademico schivo. Dopo aver lasciato i National Institutes of Health, fondò la Celera Genomics con l’intento di battere sul tempo il colossale Progetto Genoma Umano pubblico, guidato dal rivale Francis Collins. La sua tecnica (il "whole genome shotgun") era più rapida e brutale, e sebbene nel 2000 si arrivò a un pari merito diplomatico (con tanto di foto alla Casa Bianca con Bill Clinton), la mossa fece impennare le azioni della sua azienda privata, scatenando polemiche feroci sul fatto che le informazioni genetiche rischiassero di finire in mano ai privati. Era un uomo che voleva progettare la vita, non solo leggerla, arrivando nel 2010 a creare la prima cellula batterica controllata da un genoma sintetizzato chimicamente (Syn 3.0), un organismo "minimo" mai esistito in natura. Per Rappuoli, la sua scomparsa riaccende i riflettori su una direzione oggi cruciale: usare la conoscenza del genoma non come fine a se stessa, ma come strumento per costruire soluzioni concrete per la salute umana.

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