Il ritorno ad Arkham: “The Sinking City 2” cambia genere e diventa un survival horror puro
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Lo studio ucraino Frogwares, noto per aver plasmato per anni le indagini di Sherlock Holmes in chiave videoludica, ha deciso di compiere un salto nel buio – e sarebbe meglio dire nell’abisso – con l’atteso seguito di quella che, nel 2019, rappresentava già una deviazione piuttosto radicale dal proprio solco narrativo. Se “The Sinking City” originale bilanciava (a volte in modo goffo) la ricostruzione di indizi con una componente action acerba, la nuova incarnazione del brand sovverte completamente la gerarchia interna dei sistemi di gioco. “The Sinking City 2”, la cui uscita è prevista per l’estate su PlayStation 5, Xbox Series X|S e PC (inclusi Steam, Epic Games Store e GOG), abbandona infatti l’investigazione come motore principale per abbracciare a tutti gli effetti i canoni del survival horror.
Le strade allagate di Arkham – e non più quelle di Oakmont – diventano il palcoscenico di un orrore cosmico che si respira fin dal primo, disturbante trailer di gameplay diffuso in queste ore. La sequenza, che potremmo definire volutamente “schifosa” nel senso più lusinghiero del termine, mostra un campionario di abominii che farebbe impallidire qualsiasi adepto dei Miti di Cthulhu: lumache che vomitano sangue, un individuo con vermi pulsanti al posto degli occhi e un obitorio che conserva i volti delle vittime come trofei. L’atmosfera, impregnata di un alluvione soprannaturale che ha trasformato la città in una Venezia impazzita e abbandonata, lascia spazio a un gameplay che mette pressione costante sulle risorse del giocatore. L’inchiesta, che era il pilastro portante del primo capitolo, diviene qui un “optional vantaggioso” per chi ama scavare nella follia, mentre l’azione e la sopravvivenza prendono il sopravvento.
Un’estate di angoscia: combat system e sopravvivenza in primo piano
L’anteprima pratica offerta da Frogwares, nonostante le difficoltà logistiche dovute alla loro posizione geografica in una zona di conflitto, rivela un’operazione coraggiosa che rielabora l’eredità di titoli come “Resident Evil” e “Silent Hill”. La struttura, infatti, inverte completamente la formula del 2019: non si tratta più di un detective che osserva la città dall’alto, ma di un sopravvissuto, Calvin Rafferty, che calpesta il fango e l’acqua putrida per salvare la sua compagna, precipitata in un sonno profondo dopo un rituale fallito. Gestire l’inventario limitato, dosare le munizioni di revolver e fucili a pompa e decidere se ignorare un grido proveniente da un vicolo buio diventano le azioni primarie, mentre la ricostruzione logica degli eventi passa in secondo piano, sebbene sia stata preservata per i puristi della prima ora.
La prova fornita dagli sviluppatori – che include scenari claustrofobici come una chiesa dissacrata e un ospedale dove le porte si aprono solo usando i volti umani trovati tra i cadaveri – dimostra come Frogwares abbia imparato dai propri errori passati. Il sistema di combattimento, che nel primo capitolo risultava legnoso e quasi accessorio, è stato ripensato per interagire direttamente con la psicologia del giocatore. Se si aggiunge la presenza dei “Wijce”, parassiti capaci di muovere i cadaveri come marionette, e la possibilità che alcuni nemici rinascano a difficoltà elevate, il risultato è un’esperienza dove il backtracking (ovvero il ritorno in aree già esplorate) diventa un azzardo da non sottovalutare.
La città sommersa e la mitologia lovecraftiana
Ambientato nella versione più tetra degli anni Venti americani, “The Sinking City 2” sfrutta l’iconografia di Arkham, la città universitaria per eccellenza del cosiddetto “Lovecraft Country”. A differenza del primo capitolo, che soffriva di una certa frammentazione narrativa, questo sequel punta tutto sulla contaminazione visiva e sulla costante tensione data dall’acqua che sale e dalla follia che impazza. Le ambientazioni, costruite con l’ausilio dell’Unreal Engine 5, spaziano da mercati allagati a magioni in decomposizione, mantenendo sempre un livello di dettaglio sporco e opprimente. Lo stesso strato investigativo, seppur non obbligatorio, è stato integrato in modo più organico: non esistono più “Palazzi della Mente” astratti, ma una narrazione ambientale che si ricostruisce leggendo documenti sparsi, i quali a volte forniscono vantaggi tangibili piuttosto che semplici indizi narrativi.
Insomma, il team ucraino ha scelto di rischiare in grande, allontanandosi dalla comfort zone delle avventure deduttive per tuffarsi – è proprio il caso di dirlo – in un mare di sangue e tentacoli. Resta da vedere se il prodotto finale saprà mantenere le promesse di questa visione, ma le premesse tecniche e stilistiche delineano un horror che non ha paura di mostrare la propria brutale ambizione. L’estate 2026 sarà calda, e non certo per il sole.




