Jessica Stapazzolo, la sorella accusa: «Douglas un mostro, ha provato a violentare anche me»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il racconto di Lisa Stapazzolo, intervenuta a *La vita in diretta*, il programma di Alberto Matano su Rai 1, ha squarciato un ulteriore, drammatico velo sulla vicenda che ha portato alla morte della sorella Jessica, uccisa a coltellate da colui che, nonostante le restrizioni, era ancora il suo compagno. La sua testimonianza, che si aggiunge a un già pesantissimo dossier di violenze, descrive la personalità dell’omicida, Douglas Reis Pedroso, con tratti ancor più agghiaccianti, rivelando un tentativo di violenza sessuale ai suoi danni, episodio che, se denunciato, avrebbe potuto forse innescare un diverso percorso giudiziario. La donna, la cui sofferenza è palpabile in ogni parola, ha definito l’uomo «un mostro», un giudizio che travalica il solo fatto di cronaca per addentrarsi in una sfera di premeditata brutalità.

Le denunce ignorate e il braccialetto inefficace

La drammaticità del caso, che ha sconvolto Castelnuovo del Garda, risiede proprio nella sequenza di eventi prevedibili e, almeno sulla carta, prevenibili. Jessica, come emerso da messaggi e racconti familiari, aveva più volte segnalato le violenze subite, arrivando a confessare alla sorella di essere picchiata «come un cane». In uno di questi sfoghi, la donna descriveva con parole tremante le sue condizioni dopo un ennesimo pestaggio: «Sono tutta ferita per colpa tua, non riesco a deglutire la saliva, sono piena di ematomi». Queste parole, che oggi suonano come una profezia tragicamente avverata, rappresentavano altrettanti campanelli d’allarme per le autorità, chiamate a valutare l’applicazione di misure di protezione che, nei fatti, si sono rivelate del tutto insufficienti. L’uomo, infatti, avrebbe dovuto essere controllato attraverso il braccialetto elettronico, uno strumento la cui efficacia, in questa come in altre circostanze, viene seriamente messa in discussione.

La disperazione di una famiglia e le domande senza risposta

Oltre alla richiesta di giustizia, ciò che emerge con forza è un sentimento di rabbia per le opportunità perdute. La sorella della vittima, Laiza Stapazzollo, ha espresso senza mezzi termini la sua convinzione: Jessica «poteva essere salvata». La sua è un’accusa precisa verso un sistema che, nonostante le ripetute denunce, non è riuscito a frapporsi tra il carnefice e la sua vittima, consentendo a Douglas Reis Pedroso di agire nella sua abitazione, nonostante il dispositivo di sorveglianza che avrebbe dovuto impedirgli di avvicinarsi. Laiza ribadisce con angoscia che «le denunce c’erano» e che, di conseguenza, «si doveva fare di più», perché l’assassino «andava fermato prima». Sono affermazioni che pesano come macigni e che alimentano un dibattito più ampio sull’effettiva capacità delle istituzioni di proteggere le donne che hanno il coraggio di denunciare.

Un quadro giudiziario da ricostruire

L’indagine, che ora dovrà accertare ogni responsabilità penale, si trova dunque ad affrontare non solo la dinamica dell’omicidio, ma anche tutto il percorso che l’ha preceduto. La rivelazione del tentato stupro ai danni di Lisa Stapazzollo, se confermata, aggiungerebbe un elemento di gravità al profilo dell’indagato, delineando una propensione alla violenza che non si esprimeva esclusivamente nel contesto della relazione con Jessica. Le forze dell’ordine e la magistratura sono chiamate a fare luce sulle eventuali omissioni o sui ritardi che possono aver contribuito a questa tragedia, esaminando nel dettaglio la sequenza degli interventi e la congruità delle misure adottate, affinché la verità giudiziaria possa, almeno in parte, risarcire una famiglia distrutta.

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