Il digiuno dei sanitari per Gaza e le parole del presidente Anelli
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Redazione Interno
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Oltre trentamila operatori sanitari hanno aderito alla Giornata Nazionale di digiuno, un gesto di forte valenza simbolica promosso dall’associazione “Sanitari per Gaza”, al quale ha fatto seguito una reazione inattesa da parte del presidente della FNOMCeO, Filippo Anelli. In un comunicato di ringraziamento, Anelli ha infatti definito la campagna israeliana non una semplice “ingiusta guerra”, bensì una “campagna di pulizia etnica e sterminio”, parole che hanno suscitato un certo clamore per il loro carattere inequivocabile e per l’autorità della fonte da cui provengono. Il medico Saverio Benedetti, portavoce del movimento, ha espresso il proprio sconcerto per la necessità stessa di dover organizzare un’iniziativa del genere, sottolineando l’impellenza di una presa di posizione chiara di fronte a quello che viene percepito come un massacro.
L’onda di protesta non si limita certo al mondo della sanità, ma trova ampia eco in iniziative popolari che si moltiplicano in tutta la penisola. A Ceglie Messapica, ad esempio, una “grande umana manifestazione” si è svolta il 28 agosto, vedendo una partecipazione trasversale che includeva giovani, donne e anziani, tutti uniti nella condanna di quanto sta avvenendo. Allo stesso modo, a Savona è in programma per sabato 6 settembre una nuova manifestazione, organizzata dal Tavolo della Pace che riunisce associazioni e Cgil, il cui obiettivo è chiedere la fine di “tutte le guerre e le barbarie in Palestina”; un evento che giunge dopo una straordinaria raccolta di beni di prima necessità, segno di un impegno concreto che va oltre la sola testimonianza.
Sullo sfondo di queste mobilitazioni, che talvolta coinvolgono anche rappresentanti delle diocesi come nel caso della veglia indetta dal Vescovo di Savona-Noli, persiste un sentimento di amara constatazione riguardo alla posizione internazionale. Viene osservato, con amarezza, come di fronte a quello che viene descritto come un uso brutale della forza, alla fame imposta e a pratiche di occupazione, sembri prevalere in alcuni ambienti occidentali una certa indulgenza, quando non una palese giustificazione. Una percezione di impotenza che viene acuita dalla soppressione della libera informazione e dalla sistematica eliminazione di giornalisti locali, fattori che offuscano la possibilità di una narrazione obiettiva degli eventi.




