L‘intelligenza artificiale può prevedere l‘Alzheimer con una precisione vicina al 93 per cento
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Redazione Salute
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La ricerca sulla malattia di Alzheimer, che rappresenta una delle sfide più complesse per la neurologia contemporanea considerando che solo negli Stati Uniti, secondo i dati diffusi dall’Alzheimer's Association, sono oltre sette milioni gli over 65 a convivere con questa forma di demenza, registra nelle ultime settimane progressi significativi sul fronte della diagnosi predittiva. Un team di ricercatori del Worcester Polytechnic Institute del Massachusetts, come riportato agli inizi di marzo, ha messo a punto un sistema basato sull'intelligenza artificiale in grado di identificare i segni precoci della patologia con una precisione che sfiora il 93 per cento, aprendo scenari inediti per la medicina preventiva.
Lo studio sulle scansioni cerebrali e i cambiamenti anatomici
Lo studio, pubblicato sulla rivista *Neuroscience*, ha utilizzato un algoritmo di machine learning per analizzare oltre ottocento risonanze magnetiche cerebrali, un numero considerevole di esami che ha permesso alla macchina di addestrarsi a riconoscere differenze minime, spesso impercettibili all'occhio umano, nella morfologia dell'encefalo. L'attenzione dei ricercatori, guidati da Benjamin Nephew del Dipartimento di Biologia e Biotecnologie, si è concentrata sulla misurazione volumetrica di 95 regioni cerebrali distinte, cercando quelle alterazioni strutturali che potessero fungere da spie per l'insorgenza della malattia ancor prima che i sintomi clinici diventino manifesti. Ciò che emerge con chiarezza dall'analisi è che la perdita di volume cerebrale in aree specifiche, come l'ippocampo — quella piccola struttura dalla forma curva che è il deposito della memoria e dell'apprendimento — e la corteccia entorinale, considerata uno dei primi hub neurali a subire i danni della patologia, rappresenta un predittore fondamentale, trasversale a tutte le età e i sessi presi in esame nel campione di individui tra i 69 e gli 84 anni.
Le differenze legate al sesso e all'età nei meccanismi della malattia
Un aspetto particolarmente rilevante che la ricerca ha portato alla luce, e che aggiunge un tassello importante alla comprensione della malattia, riguarda la diversa progressione del danno neuronale in base al sesso biologico. Gli studiosi del Worcester Polytechnic Institute hanno infatti osservato che i pattern di riduzione del volume celebrale non sono identici per uomini e donne: se nei soggetti più giovani del campione, quelli tra i 69 e i 76 anni, si riscontra in entrambi i sessi una significativa perdita di tessuto nell'ippocampo destro — il che suggerisce come quest'area possa rappresentare un punto focale per una diagnosi ultra-precoce —, nelle donne la diminuzione della materia grigia si manifesta in maniera più marcata nella corteccia temporale media sinistra, una regione coinvolta nei processi linguistici e nella memoria visiva. Negli uomini, al contrario, l'atrofia colpisce con maggiore intensità la corteccia entorinale destra. Questa differenza, spiegano i ricercatori, potrebbe essere correlata alle complesse interazioni tra la progressione del morbo di Alzheimer e i cambiamenti ormonali che caratterizzano l'invecchiamento, come il calo degli estrogeni nelle donne e del testosterone negli uomini.
Un esame del sangue per prevedere la demenza con decenni di anticipo
Parallelamente a questi progressi nel campo dell'imaging diagnostico, un altro filone di ricerca, portato avanti dall'Università della California a San Diego e pubblicato su *JAMA Network Open* a marzo, sta esplorando le potenzialità dei biomarcatori sanguigni. I ricercatori californiani hanno infatti scoperto che la proteina p-tau217, una forma fosforilata della proteina tau la cui accumulazione è associata ai processi patologici dell'Alzheimer, può fungere da potente indicatore di rischio a lunghissimo termine. Analizzando campioni di sangue prelevati alla fine degli anni Novanta da un gruppo di 2.766 donne di età compresa tra i 65 e i 79 anni, tutte cognitivamente sane al momento della donazione, e incrociando quei dati con l'incidenza di demenza registrata nei successivi 25 anni, è emerso un quadro chiaro: le donne con i livelli più elevati di p-tau217 all'inizio dello studio avevano una probabilità significativamente maggiore di sviluppare declino cognitivo o demenza conclamata nei decenni successivi. Il test, meno invasivo di una puntura lombare e più accessibile di una risonanza magnetica, potrebbe dunque, una volta validato e reso disponibile su larga scala, permettere di identificare con largo anticipo le persone a maggior rischio, offrendo una finestra temporale preziosa per mettere in atto strategie di monitoraggio e prevenzione.




