Atp, dal 2026 in campo la pausa refrigerante: la norma anticalore per tutelare i tennisti
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Redazione Sport
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Il circuito Atp, dopo una stagione segnata da episodi estremi che hanno sollevato un coro di proteste, ha deciso di adottare un protocollo unificato contro lo stress termico, allineandosi di fatto a quanto già praticato dalla Wta. La decisione, annunciata per l’imminente stagione 2026, introduce un parametro tecnico oggettivo – l’indice Wbgt (Wet Bulb Globe Temperature) – che, misurando combinatamente temperatura, umidità, radiazione solare e ventilazione, determina il grado di rischio per l’organismo umano. Quel dato, scientifico e inappellabile, diventerà dunque l’arbitro delle condizioni di gioco, stabilendo quando sia necessario concedere una pausa di dieci minuti tra il secondo e il terzo set, o quando si debba addirittura procedere a una sospensione temporanea dell’incontro.
Le premesse di una svolta necessaria
La mossa dell’associazione, definita come un rafforzamento della tutela per chi gareggia in condizioni proibitive, non giunge inaspettata ma è il frutto di una lunga serie di eventi critici. La seconda parte della stagione 2024, infatti, è stata marchiata da ondate di calore torrido che hanno trasformato campi in veri e propri forni, mettendo a dura prova la resistenza fisica e mentale degli atleti. Tornei prestigiosi e di massimo livello, dal Masters 1000 di Cincinnati a quello di Shanghai, passando per le insidiose giornate londinesi di Wimbledon, sono diventati il teatro di sofferenze palesi, di crolli e di ritiri forzati che hanno scavalcato il semplice racconto sportivo per investire il tema della salute. Persino campioni della tempra di Jannik Sinner e Novak Djokovic ne sono rimasti intrappolati: il primo costretto a lasciare la finale in Ohio, il secondo visto accasciarsi più volte sul cemento cinese, in immagini divenute simbolo di un’emergenza non più rinviabile.
Il grido d’allarme dei protagonisti
A rendere inevitabile l’intervento normativo è stata, oltre all’evidenza dei fatti, la veemenza delle reazioni provenienti direttamente dal campo. Le parole usate dai tennisti hanno assunto toni di una drammaticità inedita, scardinando i consueti cliché delle lamentele sportive. In ottobre, durante le sfiancanti battaglie a Shanghai – con il termometro stabilmente sopra i 30 gradi e un’umidità che sfiorava la saturazione – il danese Holger Rune lanciò un interrogativo agghiacciante, diretto verso gli organizzatori: “Volete che un giocatore muoia in campo?”. Una domanda retorica, certo, ma che condensava in sé tutta la frustrazione e la preoccupazione di un ambiente giunto al limite, spingendo la governance a una risposta concreta che non potesse essere confinata alle mere raccomandazioni.
Meccanismo e impatto della nuova regolamentazione
Il funzionamento del protocollo, quindi, sarà rigidamente codificato. Saranno i valori Wbgt rilevati in campo, e non la percezione soggettiva, a innescare le contromisure. Oltre una certa soglia, scatta il cosiddetto cooling break, un’interruzione dedicata al recupero fisico in un ambiente climatizzato; superato un limite ancora più elevato, considerato di pericolo, l’arbitro avrà il potere e il dovere di sospendere la partita in attesa di un miglioramento delle condizioni. Una misura che, sebbene possa influenzare la regolarità del gioco e la pianificazione televisiva degli eventi, si impone come un necessario correttivo di fronte a stagioni climatiche sempre più imprevedibili e severe. L’introduzione di questo parametro, del resto, segna il passaggio da una gestione discrezionale e spesso percepita come insufficiente a un sistema standardizzato e trasparente, dove la salvaguardia dell’atleta diventa finalmente un parametro tecnico misurabile, al pari di un out o di un net.




