Le Borse europee cedono, guardando ai dati macro statunitensi e all’inflazione

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’avvio del mese di dicembre si conferma, per i mercati finanziari, un periodo di notevole nervosismo e incertezza, con gli indici europei che, dopo le prime schermaglie, scivolano in territorio negativo in un clima di diffusa avversione al rischio. I futures, che spesso fungono da termometro delle aspettative per la seduta, segnalano chiaramente questa tensione: il Nasdaq, simbolo dei titoli tecnologici più sensibili alle variazioni dei tassi di interesse, segna un deciso -0,8%, mentre l’Eurostoxx 600, il paniere più rappresentativo del Vecchio Continente, arretra di uno 0,3%. Un atteggiamento di cautela, quello degli operatori, che si spiega con l’attesa per una serie di dati economici dagli Stati Uniti, i quali, pur non avendo modificato le robuste attese per un taglio dei tassi da parte della Federal Reserve già a dicembre, potrebbero fornire nuovi elementi di valutazione sulla reale solidità dell’economia e sulla traiettoria dell’inflazione.

La situazione nelle piazze europee

Sul fronte europeo, la debolezza appare generalizzata. Milano, per fare un esempio concreto, si muove in netto ribasso allineandosi allo scetticismo che pervade le altre principali piazze finanziarie del continente, da Francoforte a Parigi, sebbene Londra mostri in questa fase una relativa tenuta. Gli investitori, che scrutano l’orizzonte macroeconomico in cerca di segnali, si trovano a dover fare i conti anche con indicatori locali non proprio confortanti: gli indici PMI manifatturieri relativi al mese di novembre per l’Eurozona, infatti, sono stati rivisti al ribasso rispetto alle stime preliminari, un dato che – seppur non dirompente – contribuisce a delineare un quadro di stagnazione produttiva. Non è un caso, dunque, che molti di essi preferiscano attendere prima di impegnare nuovo capitale, rinviando le decisioni più importanti in attesa dei numeri d’Oltreoceano.

Il sell-off delle criptovalute e il rifugio nell’oro

L’appetito per il rischio, che nelle settimane passate aveva sostenuto anche gli asset più speculativi, sembra essersi improvvisamente attenuato, come dimostra il pesante tonfo del Bitcoin. La regina delle criptovalute, dopo un periodo di apparente stabilizzazione, precipita infatti del 6% scendendo sotto la soglia degli 86.000 dollari, rilanciando un selloff che riaccende i timori per l’eccessiva volatilità di quel mercato. Una fuga dalla speculazione che, per contro, si traduce in un ritorno di interesse verso i beni rifugio tradizionali: l’oro, da sempre considerato un porto sicuro in tempi di turbolenza, vede salire le proprie quotazioni attestandosi a 4.254 dollari l’oncia, un segnale inequivocabile della ricerca di protezione da parte di molti.

L’attenzione rimane puntata sulla Fed e sui dati USA

Nonostante le chiacchiere da bar e le analisi spesso affrettate che circolano nelle trading room, il vero fulcro di ogni valutazione di mercato in queste ore ruota attorno a due elementi precisi e incontrovertibili. Da un lato, l’imminente pubblicazione degli indicatori macroeconomici statunitensi, i primi dopo la conclusione dello shutdown governativo, che potrebbero offrire una fotografia più nitida della salute dell’economia. Dall’altro, la prossima riunione del Federal Open Market Committee, il cui esito – sebbene ampiamente scontato nelle previsioni di un alleggerimento della politica monetaria – potrebbe riservare sorprese nelle proiezioni e nel linguaggio utilizzato dal presidente Trump, noto per la sua influenza, seppur indiretta, sulle aspettative degli operatori. Sono questi, in definitiva, i nodi attorno ai quali si gioca la partita della liquidità e della fiducia, in un dicembre che promette di non essere affatto tranquillo per i portafogli degli investitori.

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