Zelensky e il dilemma antico: il sogno che muoia il tiranno
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Redazione Esteri
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Il sogno che muoia il tiranno, dilemma antico ma non utile
Il quarto Natale di guerra arriva a Kiev con il suono sommesso dei canti che tenta, invano, di coprire il ronzio ostinato dei generatori e l’eco intermittente degli allarmi, in una città dove le luci tremolanti dell’albero in piazza Sofia ricordano a ogni passante che l’elettricità, in queste settimane, è un bene più prezioso del sempre più raro ottimismo. In una vigilia segnata dal buio e da meno di otto ore di corrente al giorno in media, il presidente ucraino ha rivolto ai suoi concittadini un discorso aspro, in cui alla consueta difesa dell’unità nazionale ha sovrapposto un augurio di morte per il presidente russo Vladimir Putin, definendolo senza nominarlo esplicitamente un “sogno condiviso”. Un pensiero, questo, che ha immediatamente riechezzato dilemmi etici antichissimi, sollevando domande sulla coerenza di un simile sentimento con l’invocazione simultanea alla pace, in un momento in cui le tradizioni, per quanto represse in passato, tornano a galla come forma di resistenza identitaria.
Le tradizioni come risposta al buio
Mentre «Jingle Bells» risuonava tra i viali innevati, circa un migliaio di persone ha infatti sfilato nel centro della capitale con costumi tradizionali e stelle decorate, alcune delle quali riportavano i nomi dei soldati caduti, cantando canti popolari legati a riti antichi che molti considerano una riappropriazione culturale dopo le repressioni dell’epoca sovietica. Quella celebrazione, intrisa di un desiderio profondo di normalità e di un futuro migliore, ha rappresentato la risposta silenziosa e collettiva alla paura, mostrando come la resilienza di un popolo si esprima anche attraverso simboli che sembravano dimenticati, i quali, pur nella loro semplicità, racchiudono un significato politico e umano enorme, a dispetto delle condizioni estreme in cui si trovano a manifestarsi.
Un’eco che viene da lontano
L’augurio espresso da Zelensky, per quanto crudo e apparentemente in contraddizione con lo spirito della ricorrenza, affonda le sue radici in una tradizione letteraria e filosofica millenaria, dove il brindisi per la morte del tiranno costituiva un motivo ricorrente, come dimostrano i versi di Alceo per Mirsilo e poi di Orazio per la sconfitta di Cleopatra e Antonio. Quel “nunc est bibendum” risuona, oggi, con un’amara attualità, trasformandosi da invito alla libagione in un sogno di liberazione collettiva da un conflitto che stenta a trovare una via d’uscita, un dilemma morale che ogni individuo affronta secondo la propria coscienza, ma che nella dimensione pubblica di un leader in guerra assume toni drastici e inevitabilmente divisivi.
La normalità come speranza ultima
Ciò che emerge con forza, al di là delle parole del discorso ufficiale, è la ricerca quotidiana e faticosa di una parvenza di ordinarietà, che si tratti di accendere una luce sull’albero o di riunirsi per una processione, gesti minimi che diventano atti di sfida in uno scenario segnato dalla costante minaccia. La speranza, in queste circostanze, si incarna non in grandi proclami ma nel tentativo ostinato di preservare rituali e consuetudini, nonostante il fragore delle armi e l’oscurità imposta dai bombardamenti alle infrastrutture, dimostrando come la tenacia di un popolo possa resistere anche quando tutto intorno sembra cedere, lasciando spazio a una lotta per l’esistenza che passa attraverso i simboli più che attraverso le dichiarazioni.




