Corona rischia grosso. Il giudice furioso: "Rifiuta di cancellare video di Signorini"
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La posizione giudiziaria di Fabrizio Corona, già di per sé intricata, è precipitata in una fase di gravità inedita dopo l'ultimo intervento del magistrato del Tribunale civile di Milano. A confermarlo, senza mezzi termini, è il provvedimento con cui il giudice Roberto Pertile ha disposto la segnalazione dell'uomo al pubblico ministero, poiché questi avrebbe continuato a diffondere materiale video concernente il conduttore Alfonso Signorini nonostante un'esplicita ordinanza inibitoria. Il provvedimento, emesso lo scorso gennaio, imponeva infatti la rimozione immediata di tutti gli episodi del format "Falsissimo" dedicati alla vicenda, il divieto assoluto di pubblicare ulteriori contenuti e la consegna del materiale utilizzato, comprendente scambi di messaggi e fotografie. Dinanzi alla constatazione che quei video, ritenuti potenzialmente diffamatori, rimanevano accessibili, il giudice ha quindi ritenuto di dover agire con estrema decisione.
Il percorso che ha portato alla denuncia
L'iter che ha condotto a questa svolta è partito da un ricorso presentato dagli avvocati di Signorini, i quali hanno sollevato la questione davanti al tribunale milanese dopo aver preso atto della persistenza online dei contenuti incriminati. Tali puntate, come è noto, mostravano e commentavano le chat private tra il conduttore e un volto noto della televisione, accompagnate da immagini che lo stesso Signorini avrebbe inviato. La reazione dell'organo giudicante, di fronte a quanto appariva come una palese inosservanza del suo ordine, non si è fatta attendere: Pertile ha scritto nero su bianco che Corona "deve essere sin d'ora denunciato al Pubblico Ministero" per "mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice". Una formula, questa, che trasforma una controversia civile in un potenziale reato penale, con pene che, stando al quadro normativo di riferimento, possono arrivare fino a tre anni di reclusione.
Le implicazioni giuridiche della "mancata esecuzione dolosa"
L'aggravante decisiva, in tutta la faccenda, risiede proprio nella qualifica di "dolosa" attribuita alla condotta dell'ex fotografo. Il giudice, infatti, non ritiene che si sia trattato di una semplice negligenza o di un ritardo tecnico, bensì di una volontà precisa di non ottemperare a un comando dell'autorità giudiziaria. Si tratta di un passaggio cruciale, poiché innalza notevolmente il livello della contestazione, spostando l'asse dalla sfera del risarcimento danni a quella della sanzione penale. Un atto di disobbedienza che, se accertato in sede processuale, potrebbe avere conseguenze molto serie per l'imputato, aprendo un fronte giudiziario del tutto nuovo e ben più pericoloso rispetto alle precedenti battaglie legali.
Il contesto di una faida mediatica senza tregua
La vicenda si inserisce, del resto, in un conflitto personale e mediatico che va avanti da tempo, caratterizzato da reciproche accuse e da una guerra combattuta soprattutto attraverso i social network e le piattaforme video. L'utilizzo di chat e immagini private, divulgate al pubblico come arma di offesa, ha rappresentato fin dall'inizio l'elemento più controverso dello scontro, portando la disputa dalle pagine della cronaca rosa a quelle dei tribunali. Ora, con l'intervento diretto del giudice che segnala la condotta alle autorità inquirenti, il caso assume una dimensione pubblica e giudiziaria ancor più marcata, dimostrando come le liti tra personaggi famosi, quando sfociano in presunte violazioni della legge, possano rapidamente trasformarsi in procedimenti dagli esiti imprevedibili e potenzialmente severi.




