Flotilla, i tre attivisti ai funerali di Khamenei: «Vi aiuteremo a mantenere questa rivoluzione»

Flotilla, i tre attivisti ai funerali di Khamenei: «Vi aiuteremo a mantenere questa rivoluzione»
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Redazione Interno Redazione Interno   -   «Il Sud globale, unito, metterà fine all'imperialismo americano». La frase, pronunciata con tono solenne davanti a una folla di sostenitori della Repubblica islamica, è della brasiliana Lisi Proença. L'attivista, divenuta nota per la partecipazione alla Flotilla diretta verso Gaza, ha pubblicato un video sul proprio profilo Instagram in cui, dalle celebrazioni per i funerali dell'ayatollah Ali Khamenei, rivolge un appello diretto alle autorità di Teheran. «Siamo qui per dire al popolo iraniano che siamo con voi. diteci di cosa avete bisogno»: è il messaggio che ha scatenato un acceso dibattito negli ambienti dei movimenti filo-palestinesi, molti dei quali hanno preso le distanze dalla scelta dei tre attivisti di partecipare a una cerimonia ufficiale del regime.

Dalla missione umanitaria al rito di Stato

Quello che sta facendo discutere non è tanto il contenuto politico del discorso di Proença, quanto piuttosto il contesto in cui viene pronunciato. Gli attivisti della Global Sumud Flotilla erano saliti alla ribalta internazionale come simboli di una missione umanitaria tesa a infrangere il blocco navale imposto da Israele sulla Striscia di Gaza. L'immagine di queste imbarcazioni cariche di aiuti, o almeno così venivano presentate all'opinione pubblica occidentale, aveva contribuito a costruire un racconto di solidarietà attiva e di disobbedienza civile.

La loro comparsa, invece, a Mashhad, durante le esequie della Guida Suprema iraniana, ha impresso una svolta narrativa che rischia di minare la credibilità di quegli stessi attivisti agli occhi dei loro sostenitori più ingenui. Accanto alla brasiliana, nelle immagini diffuse dall'agenzia di stampa iraniana, compare l'irlandese Tadhg Hickey, intento a partecipare agli eventi collaterali organizzati dal regime in occasione della morte del leader supremo, un passaggio che molti osservatori hanno letto come un'implicita forma di legittimazione del potere teocratico di Teheran.

La frattura interna al potere iraniano

La presenza della Flotilla ai funerali si inserisce, peraltro, in un momento di particolare tensione all'interno dell'establishment iraniano. La tregua negoziata con gli Stati Uniti, che pure aveva fatto sperare in un allentamento delle sanzioni e in una possibile distensione, ha mostrato tutte le sue crepe, fino a collassare sotto il peso delle polemiche interne. Il presidente Masoud Pezeshkian, insieme ai tecnici della diplomazia che avevano lavorato all'intesa con Washington, si trova ora a dover difendere non solo un accordo politico, ma la propria stessa legittimità.

Le ali più radicali e conservatrici della Repubblica islamica hanno infatti alzato il tono, arrivando a parlare di un vero e proprio "colpo di Stato" architettato dai negoziatori. L'accusa, pesantissima, è quella di voler progressivamente svuotare il ruolo della Guida Suprema, una figura che per la costituzione iraniana rappresenta il vertice assoluto del potere religioso e politico, e di tradire i principi stessi della rivoluzione del 1979.

Un Iran lontano dagli stereotipi

Per comprendere appieno la portata di queste dinamiche, occorre allontanarsi dalle letture superficiali che spesso accompagnano la cronaca internazionale. Luca Steinmann, giornalista e inviato di guerra, ha avuto modo di seguire da vicino le celebrazioni di Mashhad, descrivendo un Paese che sfugge a qualsiasi semplificazione ideologica. Intervistato da Frediano Finucci per il programma "Dieci domande" del TG La7, Steinmann ha raccontato l'atmosfera di quei giorni, caratterizzata da una partecipazione popolare impressionante.

Milioni di persone hanno invaso le piazze per rendere omaggio all'ayatollah scomparso, ma dietro quel fiume di folla si celano equilibri politici estremamente fragili. La Repubblica islamica, più che un monolite compatto, appare come un sistema in cui diverse anime, dai militari della Guardia Rivoluzionaria ai clerici tradizionalisti, passando per i riformisti e i tecnocrati, si contendono il controllo del futuro del paese, in un quadro di crescente isolamento internazionale e di sfide economiche che il regime fatica a gestire.

Il futuro della Rivoluzione tra tensioni e continuità

In questo scenario, l'intervento di Lisi Proença e degli altri attivisti della Flotilla risuona come un tentativo di ribadire l'alleanza tra il cosiddetto "Sud globale" e il regime iraniano, quasi a voler contrapporre un blocco di paesi anti-imperialisti all'egemonia statunitense. Tuttavia, la loro scelta di porsi in ginocchio, metaforicamente e fisicamente, davanti al potere degli ayatollah, rischia di alimentare un cortocircuito comunicativo.

Da una parte, i movimenti pro-palestinesi più puristi vedono con imbarazzo questa vicinanza a un regime che, pur dichiarandosi nemico di Israele, non ha certo brillato per coerenza democratica o per rispetto dei diritti umani. Dall'altra, gli stessi attivisti si trovano a fare i conti con una realtà geopolitica complessa, dove i confini tra umanitarismo e propaganda politica si fanno sempre più labili.

Le parole della Proença, d'altronde, non lasciano spazio a fraintendimenti: il sostegno alla rivoluzione iraniana, e alla sua capacità di resistere all'Occidente, viene elevato a modello per tutti i movimenti di liberazione, in un'affermazione che suona quasi come un ulteriore atto di fede in un sistema politico che, a pochi giorni dalla morte di Khamenei, cerca disperatamente di rassicurare le proprie basi e di mostrare al mondo che la sua parabola non si è ancora conclusa.

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