Atalanta-Juventus 0-1, quelle cinque verità che riscrivono il copione: Boga e il nastro adesivo della tecnologia
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Redazione Sport
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La trentaduesima giornata di Serie A consegna un verdetto che pesa come un macigno, sebbene sia stato confezionato con il nastro adesivo della tecnologia e un pizzico di quella cattiveria che gli osservatori, spesso a sproposito, definiscono “sporca”. Allo stadio di Bergamo, l’Atalanta di Raffaele Palladino cede alla Juventus di Luciano Spalletti per 0-1, e il dato immediato – quello che finisce nelle colonne della classifica – racconta di una Vecchia Signora che con 60 punti scavalca il Como (fermo in attesa del derby con l’Inter) e si insedia al quarto posto. La Dea, dal canto suo, resta impantanata al settimo rango con 53 lunghezze, ma il dato aritmetico, in questo frangente, rischia di essere il meno significativo.
Il match, vale la pena ricordarlo, si decide su un’azione che porta la firma (metaforica, ma anche letterale) di un ex di turno: Jérémie Boga. L’esterno offensivo, che con la maglia pigiamino celeste – quella stessa indossata nell’1-1 dell’andata – sembra trovare una dimensione quasi profetica, raccoglie un cross proveniente da un altro volto noto alle gerarchie passate del club piemontese, Holm. La rete, però, è solo l’epilogo di una concatenazione di disattenzioni difensive che gli addetti ai lavori, quelli che analizzano il frame successivo per frame, hanno già smontato pezzo per pezzo. Prima dell’impatto decisivo, sono Kolasinac e Zalewski a perdere il senso della traiettoria; poi la sfera, come fosse guidata da un filo invisibile, sorvola la testa di Djimsiti e va a sbattere contro Scalvini, quasi a cercare l’imprinting del rimpallo prima di finire sui piedi dell’ex giocatore del Sassuolo.
Le spigolature di Serina e il peso di un non-rigore
Se si analizza la contesa con la lente d’ingrandimento delle “spigolature di Serina” – quel laboratorio tattico che spesso spiega più delle cronache tradizionali – emergono almeno cinque verità ineludibili. La prima: la Juventus vince senza il possesso palla come totem, anzi, lo fa proprio attraverso quell’efficienza chirurgica che non disdegna il “corto muso”, ma che qui si allarga a una gestione matura degli eventi. La seconda verità riguarda l’errore arbitrale in zona nevralgica: l’episodio del contatto in area, quello che molti avrebbero voluto trasformare in un penalty per i padroni di casa, viene archiviato come “non-rigore” dagli interpreti del regolamento, e questa mancata concessione finisce per alterare gli equilibri psicologici di una squadra, quella bergamasca, che inseguiva da dietro.
La terza verità si incarna in Boga, l’ingranaggio giusto che Spalletti rilancia dal primo minuto in un modulo (4-2-3-1) dove Yildiz e Conceiçao gli fanno da cesure laterali. L’ex attaccante della Dea non si limita a segnare; diventa il terminale mobile che rompe le linee di pressione avversarie. La quarta spigolatura chiama in causa la tecnologia: quel nastro adesivo che salva la tecnologia (un paradosso solo apparente) e che, nelle pieghe del protocollo Var, tiene in piedi una vittoria altrimenti contestabile. La quinta e ultima verità, infine, è tutta nell’amarezza di Raffaele Palladino. Il tecnico di casa, intervistato da Dazn al termine della sfida, ha usato una metafora che suona come un testamento tattico: “Quando cadiamo ci rialziamo”. Nessuna autocritica esplicita sul gol subito, ma un riferimento chiaro alle prossime battaglie – a cominciare da quella contro la Roma all’Olimpico – dove la sua squadra, ha assicurato, “andrà a dare battaglia”.
L’infermeria e il gol che nasce da un buco difensivo
L’azione che decide il match, a ben vedere, è figlia di un infortunio difensivo prima ancora che di una giocata. I punti di vista, quando si parla di reparti che si sfaldano, sono sempre molteplici e tendono a coinvolgere sia Djimsiti sia Scalvini, senza dimenticare Carnesecchi tra i pali. Ma gli addetti ai lavori hanno già puntato il dito sull’errore a monte: Kolasinac perde il riferimento in una frazione di secondo fatale, Zalewski non chiude l’angolo sul portatore di palla, e quel cross che arriva dalla destra (quella di Holm, appunto) trova una difesa già sbilenca. La Dea, con un organetto disposto a 3-4-2-1 (Krstovic unica punta supportato da De Ketelaere e Zalewski), ha pagato l’abitudine a gestire il gioco senza concretizzare le occasioni.
Nell’altra metà del campo, la formazione di Spalletti – schierata con Di Gregorio; Kalulu, Bremer, Kelly, Cambiaso; Locatelli e Thuram a protezione della cerniera – ha dimostrato una solidità che va oltre il risultato stretto. Non ci sono state le manovre vistose o le trame elaborate che spesso caratterizzano il calcio spallettiano, ma una sostanza granitica fatta di raddoppi e letture anticipate. E mentre l’Atalanta cerca di rialzarsi dalla caduta, la Juventus può già godersi un balzo in avanti che, sebbene nessuno osi definirlo decisivo, ha il sapore di quelle vittorie “sporche” che a fine stagione – lo insegna la storia – finiscono per valere l’intero campionato.




