Scoperti due meccanismi chiave per contrastare l'Alzheimer: dalla resilienza dei neuroni alle cellule "super-pulitrici"
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Redazione Salute
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Due studi distinti, pubblicati a distanza di poche settimane l'uno dall'altro su riviste scientifiche di assoluto prestigio come Cell e Science, stanno ridisegnando il panorama della ricerca sulla malattia di Alzheimer, offrendo non una, ma due potenziali strade terapeutiche completamente nuove. Da un lato, un team composto da ricercatori di UCLA Health e dell'Università della California a San Francisco ha indagato un mistero di lunga data: perché alcuni neuroni, anche in cervelli gravemente colpiti dalla patologia, sembrano resistere meglio di altri all'accumulo della proteina tau, i cui grovigli sono una delle caratteristiche principali della malattia. Utilizzando una tecnica di screening genetico basata su CRISPR su neuroni umani coltivati in laboratorio, gli scienziati hanno passato al setaccio l'intero genoma, spegnendo un gene alla volta per osservare l'effetto sulla formazione degli aggregati di tau. Hanno così identificato un meccanismo di difesa naturale, un vero e proprio "spazzino" molecolare: un complesso di proteine chiamato CRL5SOCS4, che ha il compito di marchiare la tau tossica per indirizzarla allo smaltimento. L'analisi successiva su tessuti cerebrali di pazienti deceduti con Alzheimer ha confermato la scoperta: i neuroni che esprimevano in maggiore quantità i componenti di questo complesso proteico mostravano una sopravvivenza significativamente più alta, nonostante la presenza diffusa della patologia. Potenziare questo sistema di difesa intrinseco, che varia fisiologicamente da cellula a cellula, potrebbe rappresentare una strategia per proteggere i neuroni più vulnerabili.
Un'immunoterapia cellulare "fai-da-te" direttamente nel cervello
Parallelamente a questa scoperta che riguarda la gestione della tau all'interno dei neuroni, un altro gruppo di ricerca, guidato da scienziati della Washington University di St. Louis, ha sviluppato un approccio radicalmente diverso e altrettanto promettente, incentrato questa volta sull'altro attore protagonista della malattia: la proteina beta-amiloide, che si accumula all'esterno delle cellule formando le caratteristiche placche. L'idea di base è un adattamento ingegnoso della terapia CAR-T, già rivoluzionaria in oncologia: invece di prelevare e modificare le cellule immunitarie del paziente in laboratorio per poi reinfonderle, i ricercatori hanno pensato di agire direttamente sull'ambiente cerebrale. Hanno preso di mira gli astrociti, le cellule più numerose del cervello, note per il loro ruolo di supporto e di "guardiani" dell'omeostasi cerebrale, e li hanno trasformati in efficaci spazzini. Attraverso un virus innocuo iniettato una sola volta nel cervello di modelli murini, è stato veicolato il gene per un recettore artificiale, il recettore chimerico dell'antigene, che una volta espresso sulla superficie degli astrociti li trasforma in super-pulitori in grado di riconoscere, catturare e distruggere le placche di amiloide. I risultati, pubblicati su *Science*, sono sorprendenti: nei topi giovani trattati prima che le placche si formassero, lo sviluppo della patologia è stato completamente prevenuto; nei topi anziani con cervello già saturo di placche, una singola iniezione è bastata a ridurre della metà il carico di amiloide nell'arco di tre mesi. Questo approccio, spiegano i ricercatori, supererebbe la necessità delle frequenti e costose infusioni di anticorpi monoclonali attualmente in uso, offrendo una soluzione potenzialmente più duratura ed efficace.
Le basi genetiche della resilienza e lo stress ossidativo
Tornando allo studio pubblicato su *Cell*, il lavoro dell'équipe californiana ha anche gettato luce su un altro fattore cruciale che lega il destino della proteina tau alla salute generale della cellula. Oltre a identificare il complesso "smaltitore" CRL5SOCS4, la ricerca ha evidenziato una connessione inaspettata con i mitocondri, le centrali energetiche della cellula. Quando i mitocondri vanno in disfunzione, un evento comune durante l'invecchiamento e lo stress ossidativo, innescano la produzione di un frammento specifico di tau. Questo frammento, di circa 25 kilodalton, è stato scoperto essere molto simile a un biomarcatore già noto e rilevabile nel sangue e nel liquido spinale dei pazienti con Alzheimer, chiamato NTA-tau. Lo stress ossidativo, quindi, ridurrebbe l'efficienza del proteasoma, la macchina cellulare deputata al riciclaggio delle proteine, portandolo a processare in modo errato la tau e generando così un frammento particolarmente "appiccicoso" e incline ad aggregarsi, accelerando di fatto il decorso della malattia. L'identificazione di questo passaggio offre un ulteriore bersaglio terapeutico: interventi mirati a preservare la funzione mitocondriale e a ridurre lo stress ossidativo potrebbero, in sinergia con altre terapie, contribuire a interrompere il circolo vizioso che porta alla formazione dei grovigli neurotossici.
Due approcci, un obiettivo comune: modulare il sistema immunitario cerebrale
Ciò che rende queste due ricerche particolarmente significative è il loro filo conduttore implicito: la modulazione del sistema immunitario e di "manutenzione" del cervello. Se nel caso della tau si punta a rinforzare un meccanismo di smaltimento interno al neurone, nel caso dell'amiloide si potenzia la capacità di cellule specializzate, gli astrociti appunto, di agire come fagociti, inglobando e digerendo i rifiuti proteici extracellulari. Entrambi gli studi, inoltre, sottolineano come questi meccanismi siano finemente regolati e possano variare da individuo a individuo, aprendo la strada a medicine sempre più personalizzate. La scoperta che alcune cellule cerebrali posseggano intrinsecamente una maggiore capacità di resistere all'aggregazione della tau grazie a una maggiore espressione del complesso CRL5SOCS4 è una prova di principio fondamentale: la natura ci sta già mostrando la strada. Parallelamente, la possibilità di "insegna" agli astrociti, tramite una singola iniezione di vettore virale, a riconoscere e distruggere selettivamente l'amiloide rappresenta un cambio di paradigma tecnologico, portando la precisione delle CAR-T in un campo, quello delle malattie neurodegenerative, finora dominato da approcci farmacologici meno mirati.




