L’Italia sogna un tempo a Wellington: poi arrivano gli All Blacks, finisce 47-17
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Redazione Sport
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Dopo mezz’ora di gioco, essere in vantaggio nel punteggio con gli All Blacks – a Wellington, Nuova Zelanda! – è già scrivere una pagina di storia. Purtroppo, l’Italia nella ripresa ha ceduto sul piano del punteggio e fisico - non del carattere -, ed esce sconfitta (47-17) anche nel secondo turno della Nations Cup, dopo il brutto ko col Giappone dell’altra settimana.
Il punteggio finale è bugiardo, perché per quaranta minuti gli azzurri hanno giocato un rugby di altissimo livello, mettendo in seria difficoltà i padroni di casa e costringendoli a commettere errori insoliti per una squadra del loro calibro. Tuttavia, la ripresa ha raccontato una storia diversa, quella di una squadra che ha dovuto fare i conti con l’enorme dispendio energetico del primo tempo e con la qualità superiore degli avversari.
Una volta esaurita la scorta di benzina, il divario tecnico e fisico si è fatto sentire in maniera pesante, trasformando un sogno in una sconfitta che, nelle statistiche, appare molto più ampia di quanto non sia stata nella sostanza del gioco.
Il primo tempo da incorniciare e la ripresa amara
Era un timore giustificato, che a Wellington l’Italia - dopo un primo tempo brillante e soprattutto molto intenso, concluso con soli quattro punti di distacco dalla Nuova Zelanda - pagasse un prezzo nella ripresa. Nel corso della prima frazione, la nazionale guidata da Gonzalo Quesada ha mostrato una faccia inaspettata, fatta di difesa aggressiva e di una capacità di tenere il pallone che ha sorpreso persino i più ottimisti.
Il vantaggio iniziale non è stato un episodio isolato, bensì il frutto di una strategia chiara e di un’esecuzione quasi perfetta nei fondamentali, con gli avanti che hanno retto l’urto fisico e i trequarti che hanno trovato spazi insperati. Il parziale di 17-14 a favore degli All Blacks al termine del primo tempo, sebbene fotografi un ritardo minimo, non rende giustizia all’ardore con cui gli italiani hanno affrontato l’impatto, costringendo gli avversari a giocare spesso sulle difensive.
La sensazione, all’intervallo, era che l’Everest rugbistico potesse essere scalato, almeno fino a un certo punto, e che l’Italia avesse finalmente trovato la chiave per competere contro i mostri sacri di questo sport.
Nella ripresa, però, il copione è cambiato radicalmente, con gli All Blacks che hanno alzato il ritmo e sfruttato ogni minima debolezza altrui. I primi dieci-quindici minuti del secondo tempo sono stati letali per gli azzurri, che hanno subito due mete in rapida successione, frutto di una pressione costante e di una difesa che ha iniziato a cedere nei placcaggi. La differenza, più che nella volontà, va cercata nella capacità di gestire i momenti difficili e nella profondità della panchina neozelandese, che ha permesso di inserire giocatori freschi capaci di cambiare l’inerzia del match.
L’Italia ha provato a reagire, come dimostrato da alcune azioni offensive nella parte centrale della ripresa, ma ogni tentativo di riavvicinarsi veniva puntualmente annullato da un contropiede fulmineo o da un errore tecnico di troppo. Il punteggio finale di 47-17 è il riflesso di un secondo tempo dominato in lungo e in largo dai padroni di casa, che hanno trasformato una gara equilibrata in una vittoria netta e senza appelli.
Le parole del capitano Lamaro e la prestazione di Menoncello
Il capitano dell’Italia, Michele Lamaro, ha commentato la sconfitta con gli All Blacks senza nascondere l’amarezza ma anche con la lucidità di chi ha letto bene l’andamento della partita. “Penso che abbiamo iniziato la partita in un buon modo per metterli davvero sotto pressione e cercare di sfruttare le occasioni che potevamo aver creato. ma allo stesso tempo, credo che nel secondo tempo, specialmente nei primi 10-15 minuti, non siamo riusciti a farlo come nel primo”, ha dichiarato il numero 7 azzurro, evidenziando come l’approccio sia stato quello giusto ma la continuità sia venuta meno nel momento decisivo. Lamaro ha poi sottolineato l’importanza di affrontare certe sfide, definendola una grande opportunità per mettersi in mostra su un palcoscenico importante, un’occasione che non capita a tutti.
Le sue parole, cariche di realismo, tracciano il bilancio di una prestazione a due facce, dove il rammarico si mescola alla consapevolezza di aver retto il confronto per un tempo intero contro la squadra più titolata del mondo.
Tra i singoli, a emergere con maggiore evidenza è stato Tommaso Menoncello, il centro trevigiano ex del Benetton, autore di una prova di assoluto spessore che lo ha reso il migliore in campo della compagine italiana. Menoncello ha dato tutto quello che aveva, come ha dichiarato a caldo, e la sua meta nel primo tempo è stata il simbolo di un’Italia che non si è inginocchiata di fronte alla storia.
La sua capacità di sfondare la linea difensiva avversaria, unita a una solidità nei placcaggi e a una visione di gioco rara per la sua età, ha rappresentato uno dei pochi aspetti positivi su cui gli azzurri possono costruire il futuro. L’ex giocatore del Benetton ha saputo interpretare perfettamente il momento, alzando il livello del suo gioco e dimostrando che, a certi livelli, il talento individuale può fare la differenza anche quando il collettivo fatica a tenere il passo.
La sua prestazione, insieme a quella di alcuni compagni di reparto, è stata l’unica vera nota lieta in una serata che per il resto ha regalato più ombre che luci.
L’analisi di una sconfitta che insegna
Gli azzurri, nella seconda giornata del Nations Championship, dovevano scalare quello che viene definito l’Everest, una montagna rugbisticamente invalicabile per il nostro movimento. Se da un lato la sconfitta è arrivata e pesa, dall’altro l’approccio tenuto per larghi tratti del match restituisce un’immagine diversa di questa nazionale, più matura e meno timorosa di fronte ai giganti della palla ovale.
Il problema, come spesso accade in questi confronti, non è stato tanto l’inizio quanto la gestione delle risorse, con il ritmo imposto dagli All Blacks che ha finito per logorare le energie mentali e fisiche degli italiani. La differenza tra le due squadre, alla fine, è emersa nella capacità di mantenere l’intensità per tutti gli ottanta minuti, un lusso che le piccole nazioni del rugby ancora non possono permettersi con continuità.
Tuttavia, il primo tempo di Wellington resterà negli annali come un esempio di come si possa giocare alla pari con i migliori, a patto di crederci fino in fondo e di non sbagliare nulla.
A provarci con più evidenza sono stati alcuni giocatori, tra i quali si è esaltato in particolare il centro trevigiano, ma l’intero reparto degli avanti ha retto l’urto in modo più che dignitoso, concedendo pochissimo nella mischia ordinaria e contrastando bene le avanzate neozelandesi. Il problema principale è stato il fronte della disciplina, con alcuni falli evitabili che hanno regalato metri preziosi agli avversari e hanno permesso loro di giocare nella metà campo italiana per lunghi tratti della ripresa.
L’Italia ha pagato anche la mancanza di alternative dalla panchina, con i cambi che non hanno portato lo stesso impatto fisico di quelli avversari, permettendo agli All Blacks di alzare ulteriormente il ritmo proprio quando gli azzurri iniziavano a dare segni di cedimento. Nonostante tutto, l’impressione è che questa sconfitta possa insegnare più di dieci vittorie facili, perché offre spunti di crescita e consente di capire su quali dettagli lavorare per colmare il divario che ancora separa l’Italia dall’élite mondiale del rugby.
La Nations Cup prosegue, con altre sfide che attendono gli azzurri, ma la prestazione di Wellington, seppur con l’amaro in bocca per il risultato finale, può rappresentare un punto di partenza per un futuro più competitivo.




