«La legge di Lidia Poët», l’ultima stagione e quel legame indissolubile con Torino
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è una certa tendenza, quando si parla di serie in costume, a liquidare gli ambienti come semplici scenari, poco più che fondali dipinti su cui far muovere attori e comparse. Nel caso de «La legge di Lidia Poët», però, sarebbe un errore madornale. A dichiararlo, con la consapevolezza di chi quel set lo ha vissuto sulla propria pelle per tre stagioni, è la stessa protagonista, Matilda De Angelis, che non ha mai smesso di ripetere – lo ha fatto anche in occasione del lancio di questo terzo e ultimo ciclo di episodi, disponibile su Netflix da oggi – come Torino rappresenti a tutti gli effetti un personaggio aggiunto, quasi un’entità narrativa silenziosa ma onnipresente. E a darle ragione, basta soffermarsi un istante sulla mole di lavoro che c’è dietro la costruzione di questa finzione: un lavoro certosino di ricerca, come riportano le cronache locali, che ha impegnato la Film Commission e la location manager Cristina Vecchio, portando le riprese in ben centodieci location differenti tra città e regione, diciotto delle quali mai utilizzate prima per l’audiovisivo. Un dato che restituisce l’idea di quanto si sia voluto cesellare ogni singolo fotogramma.
Un centro storico trasformato in un set diffuso e la forza di una scenografia reale
Il motivo per cui il capoluogo piemontese funziona così bene, forse anche meglio di altre mete italiane più gettonate, è da ricercare nella sua stessa conformazione. Perché non ci troviamo di fronte a una ricostruzione patinata in studio, ma a una città vissuta, autentica, dove i palazzi nobiliari – come Palazzo Civico, la cui scalone d’onore e Sala Marmi diventano la sede del Banco di Torino – e le viuzze ottocentesche si prestano a un gioco di specchi con la storia. Non è solo una questione di estetica, intendiamoci, ma di sostanza. La Torino umbertina, quella dei salotti borghesi e dei primi fermenti politici, viene restituita allo spettatore attraverso una lente che non cerca la cartolina, bensì l’atmosfera. E così, mentre seguiamo l’avvocatessa più punk d’Italia (e il termine non è affatto casuale, vista la sua capacità di vestire i panni dell’anticonformista ante litteram) ci imbattiamo in scorci che raccontano una stratificazione urbana unica: il porticato di Palazzo Civico fa da sfondo a un bacio appassionato, mentre piazza Carlo Alberto, ripresa da più angolazioni, si trasforma ora nell’esterno di un teatro, ora nel controcampo di una stazione ferroviaria.
In questa terza stagione, quella che chiude definitivamente il cerchio sulla parabola dell’eroina interpretata da De Angelis, la città non è solo un abito di scena, ma diventa comprimaria nelle dinamiche del racconto. Se è vero che la sceneggiatura firmata da Guido Iuculano e Davide Orsini ha sempre giocato su un delicato equilibrio tra rigore storico (Lidia Poët è esistita davvero, ed è stata la prima donna a iscriversi all’albo degli avvocati in Italia) e licenza poetica, l’ambientazione fisica ancorava questa modernità a una radice solida. La scelta di chiudere la serie proprio ora, alla terza stagione, lascia spazio a considerazioni sulla forza di un brand che ha fatto il giro del mondo, scalando le classifiche di Netflix in decine di Paesi, ma ciò che resta è l’immagine di una donna che cammina decisa sotto i portici, in un’epoca in cui quel semplice gesto era già una dichiarazione di intenti.
Il caso personale di Grazia e il gran finale di un fenomeno globale
La trama di questo atto conclusivo, va detto, alza l’asticella del coinvolgimento emotivo. Siamo nell’aprile del 1887, e Lidia si trova a dover gestire una situazione che mescola pericolosamente il privato con la professione: la sua migliore amica, Grazia Fontana, viene accusata di aver ucciso il marito, sostenendo però di averlo fatto per legittima difesa. È un caso che la mette in rotta di collisione con il procuratore Fourneau, l’uomo che ama e con cui conduce una relazione discreta, e che porta indietro a Torino anche il giornalista Jacopo Barberis, con il suo carico di tensione irrisolta. Un triangolo, quello affettivo, che la sceneggiatura usa come leva per mostrare il prezzo altissimo che l’emancipazione richiedeva: si può volare alto in tribunale, ma a casa, nel privato, si è spesso sole a dover fare i conti con le conseguenze delle proprie scelte. Le riprese, per gli appassionati di set, hanno interessato luoghi simbolo come i giardini Cavour, ma anche gli interni di ville e palazzi storici che il pubblico ormai riconosce a occhi chiusi.
E se il successo planetario – basti pensare che la serie è stata per settimane tra le più viste in oltre cinquanta nazioni – ha consacrato il talento di Matilda De Angelis e la visione del produttore Matteo Rovere, è innegabile che gran parte del merito vada alla capacità di rendere attuale un’ambientazione di fine Ottocento. I sei episodi di questa ultima tornata, diretti da Letizia Lamartire, Pippo Mezzapesa e Jacopo Bonvicini, mantengono intatto quel mood che mescola il legal drama di stampo anglosassone con la specificità italiana, quel sapore agrodolce di chi sa che la legge è un’arma, ma che per maneggiarla bisogna prima combattere per averne il diritto. Non è un caso, forse, che i tour a tema dedicati ai luoghi delle riprese abbiano preso piede anche tra i turisti, a dimostrazione di come la linea tra la finzione e la riscoperta della memoria storica sia diventata, ormai, sottilissima.




