È morto Gianni Cervetti, il comunista che tagliò i ponti con l’oro di Mosca

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Se n’è andato all’età di 92 anni, a pochi mesi dal traguardo del 93esimo compleanno che avrebbe festeggiato a settembre, Gianni Cervetti: una delle ultime, autentiche, colonne portanti della Prima Repubblica e del Partito Comunista Italiano. A dare l’annuncio, in queste ore, sono stati soprattutto i segni di un cordoglio che unisce il mondo della politica a quello della cultura, con particolare intensità proprio a Milano dove Cervetti – milanese doc cresciuto dietro i banconi di un’osteria vicino a Porta Magenta – ha lasciato un’impronta indelebile. Oggi, la sua figura viene ricordata non solo come quella di un dirigente inflessibile o di un parlamentare europeo, ma come l’anima della Fondazione che diede vita all’orchestra Verdi, quel complesso sinfonico oggi noto come Orchestra Sinfonica di Milano di cui Cervetti era ancora presidente emerito.

Compagno di una vita, non solo politicamente ma anche umanamente, di Giorgio Napolitano con cui condivideva la corrente interna del cosiddetto “migliorismo” – definizione che entrambi, va detto, detestavano per la sua origine spregiativa – Cervetti ha attraversato il Novecento come pochi altri. Lo racconta bene Elly Schlein, nel ricordarlo come una “personalità di dialogo e risoluta”, mentre il sindaco di Milano Beppe Sala ne sottolinea l’attraversamento “con intelligenza, rigore e passione civile” della storia della città. E proprio a Milano, Cervetti ha retto le sorti della federazione cittadina e provinciale del Pci in anni delicatissimi, quelli tra il 1969 e il 1975, segnati dalla strage di Piazza Fontana e dalla strategia della tensione.

L’uomo dei rubli e la scelta della discontinuità

Fu Enrico Berlinguer a volerlo alla segreteria organizzativa nazionale del partito, poi in Lombardia e infine nelle istituzioni, ma la parabola di Cervetti affonda le radici in una esperienza giovanile che sembra uscita da un romanzo. Il Pci, negli anni del disgelo di Krusciov, lo mandò a studiare economia proprio a Mosca, un’esperienza che gli cambiò la vita non solo sul piano politico: lì conobbe infatti Franca Canuti, che sarebbe diventata sua moglie, e sempre in Russia nacque il figlio Andrea. Tornato in Italia, dopo una gavetta nella Cgil, Cervetti divenne il punto di riferimento per un’operazione storica: la ricostruzione trasparente, e la successiva rottura, dei finanziamenti che Mosca elargiva al più grande partito comunista dell’Occidente.

Nel 1993 pubblicò “L’oro di Mosca”, un volume che fece scalpore perché raccontava dall’interno il meccanismo di quei trasferimenti di denaro: Cervetti era stato lui stesso l’intermediario, l’uomo che periodicamente bussava alla porta di Boris Ponomariov per ricevere un assegno in dollari a sostegno delle casse del partito. Un ruolo che lui non ha mai rinnegato, anzi, ha rivendicato come parte di una storia fatta di condizionamenti reciproci nella guerra fredda, ma che seppe chiudere con grande realismo politico. Fu proprio grazie alla sua spinta, spiega chi lo ha intervistato negli anni, che il Pci riuscì a compiere la “svolta” autonomista, recidendo il cordone ombelicale con l’Urss per abbracciare la prospettiva di un socialismo europeo fondato sulla libertà e sull’accettazione, anche tattica, dei patti atlantici.

L’eredità culturale e la politica come servizio statuale

La sua carriera è costellata di incarichi di primo piano: ministro “ombra” della difesa del governo ombra del Pci tra il 1989 e il 1992, parlamentare europeo fino al ’94, Cervetti visse in prima linea la transizione che portò allo scioglimento del Pci e alla nascita del Pds, schierandosi senza tentennamenti con Achille Occhetto nella cosiddetta “svolta della Bolognina”. Ma mentre altri si disperdevano, lui coltivò un’altra grande passione, quella per la musica classica, che cementò la sua amicizia con Napolitano. Divenne il principale artefice della nascita dell’orchestra Verdi, un’istituzione che ha cambiato il profilo culturale della città meneghina.

Le reazioni alla sua morte restituiscono il ritratto di un uomo che Ambra Redaelli, attuale presidente dell’orchestra, definisce impossibile da sostituire: “Faccio fatica a credere che non sia più tra noi; la sua assenza lascia un vuoto incolmabile” ha commentato la stessa Redaelli, sottolineando l’onore di averlo frequentato e avuto come guida. Cervetti, sempre descritto come cortese, ironico e di una cultura rara, non era solo un politico capace di maneggiare i dossier economici più spinosi; era un uomo che credeva fermamente nel “senso dello Stato”, un valore che ha provato a trasmettere fino all’ultimo in tutti i ruoli che ha ricoperto. Nel 2021 la città di Milano gli ha conferito l’Ambrogino d’oro, un riconoscimento che forse, più di altri, ne certifica il radicamento profondo nel tessuto civile oltre che in quello politico.

Un secolo di storia nelle vene

Cervetti ha attraversato quattro decenni decisivi per l’Italia repubblicana, da Togliatti a Berlinguer, passando per i governi di solidarietà nazionale fino alla caduta del Muro, portando sempre con sé quella visione “riformista” che fungeva da argine agli estremismi. Lo dicono le sue stesse parole, spesso citate dagli amici più cari: quella disciplina quasi monastica che imponeva alle discussioni interne di restare tali, perché ciò che contava era la linea unitaria che emergeva al termine del dibattito. Con lui, scompare un pezzo autentico di quella sinistra italiana che non amava la faciloneria né la demagogia, un dirigente che ha saputo unire le pratiche di governo alla costruzione di infrastrutture culturali.

La notizia, diffusa nella giornata di oggi, ha riacceso i riflettori sui legami profondi che egli intratteneva con le istituzioni e sull’affetto che ancora molti militanti provavano per lui. Personaggi di spicco dell’attuale panorama politico, pur appartenendo a generazioni diverse, ne hanno riconosciuto il rigore intellettuale e la statura morale. Milanese al fronte e cosmopolita nello sguardo, Gianni Cervetti lascia un archivio di memorie che è anche, di fatto, un racconto di come l’Italia abbia saputo emanciparsi da una sudditanza estera, senza però dimenticare mai le sue radici ideali.

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