Petrolio in rialzo, Wti a 86,50 dollari e Brent oltre 90. Tensioni Usa-Iran e stretto di Hormuz nel mirino
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Prosegue senza sosta la fase di rafforzamento del prezzo del petrolio sui mercati internazionali delle materie prime, con entrambe le principali qualità di greggio in deciso rialzo nelle contrattazioni di questa mattina, spinte da un rinnovato clima di tensione geopolitica che riporta al centro dell'attenzione gli equilibri nello Stretto di Hormuz.
Il WTI (West Texas Intermediate), benchmark per il mercato statunitense con consegna a ottobre, viene scambiato a 86,50 dollari al barile, segnando un incremento dello 0,86% rispetto alla seduta precedente; il Brent, riferimento europeo, si attesta invece a 90,92 dollari al barile, in progresso dello 0,48%, in un contesto che vede il greggio estendere il movimento rialzista ormai da diverse sedute consecutive.
A sostenere la corsa dell'oro nero è soprattutto il ritorno delle ostilità tra Stati Uniti e Iran, accompagnato dalla persistente incertezza sullo Stretto di Hormuz, arteria fondamentale per il traffico energetico mondiale attraverso cui transitano in condizioni normali circa 20 milioni di barili al giorno, equivalenti a un quinto del petrolio consumato sul pianeta e a un quarto del commercio marittimo globale di greggio.
Rischio geopolitico e premio sul prezzo del greggio
L'impennata del prezzo del petrolio non riflette una carenza fisica di prodotto quanto piuttosto un significativo incremento del cosiddetto premio di rischio, che gli operatori aggiungono al valore del barile quando aumenta la probabilità di future interruzioni delle forniture.
Le tensioni tra Washington e Teheran, con i recenti attacchi statunitensi contro obiettivi iraniani e le conseguenti minacce di rappresaglia, hanno riacceso i timori per la sicurezza dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz, dove il passaggio resta gravemente limitato e il traffico marittimo opera a una frazione dei volumi abituali.
Proprio la scorsa estate, una momentanea tregua aveva portato il Brent a scivolare sotto quota 70 dollari al barile, facendo pensare a un rapido riassorbimento del premio di rischio; ma la nuova escalation militare, culminata negli scontri diretti di domenica scorsa, ha cancellato quelle speranze, proiettando il greggio verso livelli che non si vedevano da fine luglio.
La situazione potrebbe ulteriormente complicarsi, con il mercato che osserva con crescente apprensione le prossime mosse diplomatiche e la possibilità di nuove sanzioni statunitensi, come quelle già annunciate dal segretario al Tesoro Scott Bessent, volte a colpire le banche e le istituzioni finanziarie che sostengono Teheran.
Wall Street sotto pressione tra inflazione e timori Fed
L'effetto della corsa del petrolio si riverbera immediatamente sui mercati azionari, dove il rialzo delle quotazioni energetiche alimenta i timori di una ripresa dell'inflazione e rafforza le aspettative di una nuova stretta monetaria da parte della Federal Reserve, chiamata a decidere il prossimo movimento dei tassi di interesse in un quadro già di per sé complesso.
A Wall Street la seduta si presenta sottotono, con il Dow Jones che perde terreno e il Nasdaq che mostra debolezza, risentendo non solo del caro energia ma anche delle dichiarazioni del presidente della Fed Kevin Warsh al simposio di Jackson Hole, dove ha ribadito la necessità di proseguire sulla strada del contenimento dei prezzi.
Il mercato attribuisce ora una probabilità superiore al 60% a un rialzo dei tassi di 25 punti base nella riunione del 16 settembre, una svolta rispetto al 35% circa stimato prima dell'intervento di Warsh, con i future sui fondi federali che segnalano un irrigidimento delle condizioni monetarie.
Obbligazioni e petrolio, il duello che preoccupa gli investitori
La combinazione tra un greggio in ascesa e tassi d'interesse in prospettiva rialzista crea un mix particolarmente indigesto per i portafogli di investimento, mettendo sotto pressione sia i comparti più speculativi che quelli tradizionalmente rifugio.
Il rendimento del Treasury decennale americano si è spinto fino a toccare i massimi annuali, superando la soglia del 4,75%, un livello che rende il debito pubblico statunitense un'alternativa sempre più appetibile rispetto alle azioni, specialmente per i titoli tecnologici e growth, le cui valutazioni risultano maggiormente esposte a un costo del denaro più elevato.
L'energia più cara, infatti, non si traduce solo in un aggravio per le bollette e per la benzina, ma si trasmette all'intero sistema economico, erodendo i margini delle imprese e riducendo il potere d'acquisto delle famiglie, innescando un circolo vizioso che rende il lavoro delle banche centrali ancora più complesso.
I prossimi dati e la sfida dell'economia globale
Lo sguardo degli operatori è ora rivolto ai prossimi appuntamenti macroeconomici, a partire dal rapporto sulle aperture dei posti di lavoro JOLTS e, soprattutto, dal dato sull'occupazione non agricola di agosto, in calendario per venerdì, che potrebbero fornire indicazioni cruciali sulla tenuta del mercato del lavoro americano e orientare le decisioni della Fed.
In questo quadro di incertezza, la riunione del G20 finanziario in corso ad Asheville, in Nord Carolina, assume un'importanza particolare, con i ministri dell'Economia e i governatori delle banche centrali chiamati a confrontarsi su crescita, inflazione e squilibri globali, mentre lo spettro di un conflitto energetico torna a minacciare la stabilità dell'economia mondiale.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
