Il governo cancella le responsabilità per il caporalato nella moda di lusso
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Redazione Interno
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Mentre le procure, come quella di Milano che ha recentemente chiesto il commissariamento per un'azienda fornitrice di Tod's, intensificano le indagini sul lavoro nero e sui subappalti nell'alta moda, il governo ha scelto una strada diversa, svincolando le imprese committenti dalle responsabilità penali per quanto accade nelle filiere. Un emendamento, presentato da Fratelli d'Italia e approvato in Commissione Industria al Senato all'interno della legge annuale per le piccole e medie imprese, introduce infatti un meccanismo di certificazione che, di fatto, funge da scudo giuridico per i grandi marchi. L'iniziativa, che alcuni hanno già ribattezzato "Salva Tod's", prevede che la casa madre possa considerarsi estranea a eventuali illeciti commessi dai suoi fornitori, purché si sia dotata di modelli organizzativi ritenuti idonei a prevenire i reati, una condizione che sposta l'onere della regolarità su un sistema di autocertificazione e controlli preventivi.
Lo scudo giuridico per le grandi maison
L'emendamento, che modifica le norme sulla responsabilità amministrativa delle imprese, stabilisce che i grandi gruppi del settore moda non potranno essere chiamati a rispondere delle violazioni, comprese quelle sul caporalato, perpetrate dai loro subfornitori. La condizione necessaria, che rappresenta il cuore della nuova disposizione, è l'adozione e l'effettiva attuazione di modelli di organizzazione e controllo giudicati idonei a prevenire i reati in questione. In altre parole, una volta che un'azienda si è fatta certificare la regolarità della propria filiera, viene meno quel principio di responsabilità "a catena" che, fino a oggi, poteva coinvolgerla direttamente nelle inchieste della magistratura sul lavoro irregolare, un tema particolarmente sensibile in un comparto che fonda il suo prestigio sull'eccellenza e sull'artigianalità.
La guerra al fast fashion e le nuove regole
Parallelamente all'alleggerimento degli obblighi di vigilanza per il lusso, il ministro per le Imprese e il made in Italy Adolfo Urso ha avviato un'offensiva contro il cosiddetto ultra fast fashion, riunendo i vertici delle principali associazioni di categoria. «Il sistema Italia è compatto nella tutela e difesa della moda Made in Italy, oggi sotto un duplice e grave attacco», ha dichiarato Urso, delineando una strategia che prevede l'estensione degli obblighi di responsabilità ambientale e sociale anche alle piattaforme digitali, come le cinesi Temu e Shein. A queste ultime, secondo le intenzioni del governo, potrebbero essere imposti nuovi oneri, tra cui la copertura dei costi per il riciclo dei prodotti, il divieto di pubblicità ingannevole e l'introduzione di una tassa di pochi euro su ogni vendita effettuata online, misure che mirano a riequilibrare un mercato sempre più competitivo.
Un duplice binario per la filiera
Le due iniziative, sebbene apparentemente contraddittorie, disegnano una politica industriale che procede su un duplice binario: da un lato, si alleggerisce il peso delle incombenze legali per i grandi brand del lusso, incoraggiandoli a formalizzare i rapporti di fornitura attraverso schemi certificati; dall'altro, si inasprisce la posizione verso i colossi del low cost, accusati di distorcere il mercato con pratiche commerciali aggressive e un impatto ambientale considerevole. Questa manovra, che unisce la semplificazione normativa per un settore strategico a una maggiore regolamentazione per i nuovi competitori, segna una netta linea di confine tra ciò che viene considerato parte del patrimonio produttivo nazionale e ciò che, invece, viene percepito come una minaccia esterna alla sua sopravvivenza.




