L'eroe di Wembley Capello all'Italrugby, 'non lo scorderete mai'

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Non l'aveva vista in diretta, ha confesso, ma la mattina dopo, appena sveglio, si è concesso il rito laico eppure solenne della moviola in solitaria. Fabio Capello, l’uomo che nel novembre del 1973, con un tap-in da rapace d’area, gelò Wembley e regalò all’Italia del calcio la sua prima, storica vittoria in terra inglese, ha voluto rivedersi ogni minuto di quell’altra impresa, quella della nazionale di rugby che all’Olimpico, sabato scorso, ha finalmente infranto il tabù inglese dopo trentadue tentativi andati a vuoto. "Tutta, me la sono rivista tutta" ha sottolineato al telefono con l’ANSA, e quell’accento messo sull’avverbio serviva a sottolineare la necessità di assaporare per intero una gioia che, nella sua natura più autentica, è identica a quella provata cinquantatré anni fa: la gioia di chi abbatte un muro considerato invalicabile, di chi sconfigge un avversario che non si era mai battuto.

A suggellare il parallelo tra due epoche e due sport, ci si mette anche la suggestione di un numero, il trentatré, che qualcuno, con un azzardo forse non troppo blasfemo, ha voluto accostare all’età di un certo sacrificio. Dopo trentatré test match ufficiali, infatti, nostra signora Inghilterra, maestra e madrina di questo gioco, è stata trafitta sotto i colli romani da un’Italia che di quella lezione ha mostrato di aver imparato ogni segreto. Il 23-18 finale, maturato in una frazione di secondo tempo giocata con il coltello tra i denti, racconta di una rimonta costruita sulla sostanza e su quella fratellanza che il capitano Michele Lamaro, da tempo, indica come il vero carburante di questo gruppo. La meta di Leonardo Marin, che ha consegnato il sorpasso definitivo, è stata solo l’esplosione di una convinzione maturata nei momenti bui, in quelle sconfitte ingoiate e metabolizzate che hanno cementato lo spogliatoio di Gonzalo Quesada.

Tra i commenti degli uomini di campo, spicca per lucidità quello di Paolo Garbisi, apertura dal piede educato e dalla testa sulle spalle. All’indomani dell’impresa, mentre il Peroni Village ballava a ritmo di dance e inglesi e italiani mescolavano le birre nel più classico dei terzi tempi, lui già spostava il pensiero al Galles. Perché se la festa è sacrosanta, ha spiegato, "dobbiamo anche ricaricarci", consapevoli che sabato prossimo, a Cardiff, ci aspetta l’ultimo atto di questo Sei Nazioni. Un atteggiamento, il suo, che fotografa perfettamente lo stato d’animo di un gruppo che non considera questo successo come un punto d’arrivo, ma come una tappa in un percorso di crescita che affonda le radici in un lavoro cominciato molto lontano. Lo ricordava bene anche Mario Dadati, assessore allo sport di Piacenza ed ex rugbista, nel sottolineare come questa vittoria venga da lontano, da quelle fondamenta profonde su cui poggia la piramide del movimento italiano e che, qualche giorno prima del calcio d’inizio, avevano tributato un minuto di silenzio alla memoria di Carlo Loranzi, azzurro numero 394, piacentino scomparso di recente. Un filo invisibile che lega il passato al presente, in una disciplina dove il ricordo di chi ha tracciato il solco è sacro quanto una meta.

La fratellanza come arma e la testa già al Galles

Se la tattica e la preparazione atletica sono merito dello staff tecnico, la forza emotiva che ha permesso all’Italia di non affondare quando, nel secondo tempo, l’Inghilterra aveva provato a scappare sul 18-10, è merito di un legame che i giocatori stessi definiscono unico. "Ero d’accordo con Mitch Lamaro", ha ribadito Garbisi, riallacciandosi alle parole del capitano, "quando eravamo sotto c’era questa cosa fortissima su cui appoggiarci". Un’intesa che non nasce certo in una settimana, ma che si è forgiata negli anni, condividendo delusioni e critiche. Il nucleo di questa nazionale, ha proseguito l’apertura del Tolone, ha vissuto più momenti negativi che positivi, e proprio da lì, dalla consapevolezza di quante ne abbiamo ingoiate, si è costruita la capacità di reagire quando il campo diceva che era finita. E pensare che lui, con l’Inghilterra, aveva un conto in sospeso: due anni fa, proprio all’esordio del ciclo di Quesada, una sconfitta per 27-24 all’Olimpico aveva lasciato l’amaro in bocca. Ma sabato, sotto gli occhi di un pubblico dove migliaia di tifosi inglesi intonavano *Swing low, sweet chariot*, la musica è cambiata. E se è vero che la ciliegina sulla torta è la vittoria, per Paolo e per suo fratello Alessandro, mediano di mischia e compagno di reparto, giocare insieme quel match è stato "non ci potrebbe esserci nulla di più bello", il coronamento di un sogno che va oltre il semplice risultato.

Un’impresa che cancella un tabù lungo decenni

Scorrere l’albo d’oro dei confronti con l’Inghilterra significava, fino a sabato, scorrere una teoria infinita di sconfitte. Una sola macchia, in quella sequela di successi britannici, era rappresentata da un pareggio per 15-15 nel 1986, che però non viene considerato ufficiale in quanto non riconosciuto dalla federazione inglese. Per il resto, solo amarezze. Ora, nella lista delle grandi del rugby mondiale che gli azzurri hanno imparato a domare, manca all’appello solo la Nuova Zelanda, gli All Blacks, ultimo baluardo di una superiorità che appare sempre meno incolmabile. Nel 1997 arrivò il primo storico successo sulla Francia, seguirono poi le imprese con Sudafrica e Australia, ma l’Inghilterra, per la storia del nostro sport e per quello che rappresenta a livello di immaginario collettivo, era forse la pietra più difficile da ribaltare. La cronaca della partita racconta di un primo tempo chiuso in svantaggio per 10-12, beffati da una meta subita allo scadere dopo una palla persa da Lorenzo Cannone. Nella ripresa, quando gli inglesi hanno provato a piazzare l’allungo decisivo approfittando anche di un’inferiorità numerica italiana, la squadra non si è scomposta. Due calci piazzati di Garbisi hanno tenuto vivo il punteggio, e poi la meta di Marin, al termine di un’azione corale che difficilmente i 70mila dell’Olimpico dimenticheranno, ha consegnato la partita alla leggenda.

L’eredità di Capello e il senso della prima volta

L’abbraccio tra i tifosi italiani e quelli inglesi nel Terzo Tempo organizzato al Peroni Village, con la nazionale azzurra sul palco a saltare sulle note del "po po po po po" già sentito durante le notti magiche del calcio, ha rappresentato la sintesi perfetta di quello che dovrebbe essere lo sport. Ma per chi quella prima volta l’aveva vissuta in uno stadio vero, il tempio di Wembley, il parallelo con il gol di Fabio Capello è tornato prepotentemente alla mente. Lui, l’eroe di allora, oggi si è goduto lo spettacolo in differita, riconoscendo nei volti dei rugbisti quella stessa, identica emozione. Un’emozione che non ha bisogno di troppe parole, ma che si legge negli occhi di chi sa di aver scritto una pagina che nessuno potrà mai riscrivere al posto loro. E se è vero che nel 1973 l’Italia del calcio iniziò da quel successo un percorso che l’avrebbe portata a vincere tutto, chissà che anche per questi ragazzi, che ora inseguono un’altra impresa a Cardiff, non si sia aperta una nuova, meravigliosa strada.

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