La Ravetto e il paradosso dell'aggravante: «Il femminicidio? Una fattispecie incostituzionale»
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Redazione Interno
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Non è un'abiura, a sentire lei, quanto piuttosto una presa d'atto, una lucida e impietosa disamina tecnica che trasforma la sua creatura legislativa in un monito per i posteri. Laura Ravetto, che nel 2025 aveva messo la propria firma su una proposta di legge per introdurre l'aggravante del femminicidio, oggi, a distanza di mesi, ne decreta il fallimento definendola "un'assurdità", e lo fa con la schiettezza di chi, come tiene a precisare, è una giurista e come tale intende ragionare.
Il nodo della questione, che la Ravetto ha sciolto in un'intervista a La Stampa, è di natura squisitamente giuridica e risiede, a suo avviso, nella presunta incostituzionalità della fattispecie, che avrebbe finito con il creare una disparità di trattamento davanti alla legge.
Una critica, la sua, che si inserisce in un dibattito tecnico tutt'altro che sopito, come dimostrano le perplessità sollevate in sede di Commissione Giustizia al Senato durante l'esame del disegno di legge governativo sullo stesso tema, un provvedimento che, tra l'altro, ha subito modifiche sostanziali per ovviare a censure di legittimità costituzionale paventate da più parti.
La scintilla del dibattito e la replica del Centro d'Ascolto
L'eco di queste considerazioni, che potrebbero apparire una specializzazione di un ragionamento più ampio, giunge mentre è ancora calda la polvere sollevata dalle dichiarazioni di un altro esponente politico, l'eurodeputato Roberto Vannacci. Con una presa di posizione che ha suscitato un vespaio di reazioni, Vannacci ha equiparato il femminicidio a un omicidio come tutti gli altri, negando la necessità di una fattispecie autonoma e invocando il principio di uguaglianza formale come scudo contro quelle che definisce "istanze di parità" mal poste.
A controbattere con veemenza è scesa in campo l'associazione "Con Te Donna", che, tramite una nota della sua presidente Maria Gerardi, ha espresso un'allarme motivato per il pericolo di una regressione culturale, quella sì concretissima, che minaccia di vanificare le conquiste faticosamente ottenute dalle donne. Per il Centro d'Ascolto, banalizzare il femminicidio riducendolo a un generico omicidio significa ignorare la radice del male, quel movente di possesso e controllo che trasforma l'atto omicidiario in un tragico epilogo di una storia di prevaricazione.
La testimonianza di Laura Roveri: la carne e il diritto
A tracciare un solco profondo tra l'astrazione delle formule giuridiche e la crudezza dei fatti è, come sempre, la cronaca. Laura Roveri, una giovane veronese che nel 2014, a Vicenza, ha sfiorato la morte per mano dell'ex compagno, è oggi una delle voci più lucide in questo dibattito.
Lei, che quella notte in discoteca ha ricevuto quindici coltellate e per un millimetro, un vero e proprio soffio, la carotide è rimasta intatta, per due mesi ha lottato tra la vita e la morte e ha subito un aneurisma cerebrale, ha utilizzato un paragone che trafigge l'anima: negare l'esistenza di questo reato, per Laura Roveri, è come sostenere che la mafia non esista.
La sua sopravvivenza, quasi un miracolo, è la dimostrazione più tangibile che l'omicidio di una donna non è un atto d'impulso, ma l'esito di una volontà di annientamento che la legge, per essere giusta, non può ignorare. Così, mentre la proposta della Ravetto viene archiviata nelle pieghe di un ragionamento tecnico, le parole dell'eurodeputato Vannacci e il grido d'allarme delle associazioni che operano sul campo delineano uno scenario in cui l'unica certezza è che la partita per la definizione giuridica di un fenomeno tanto complesso è ancora apertissima.




