Il richiamo Ue sui confini e la resistenza italiana: il nodo Schengen torna a infiammare il dibattito
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Redazione Esteri
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La Commissione europea, nell’esercizio delle sue funzioni di vigilanza sul corretto funzionamento dell’area di libera circolazione, ha recentemente indirizzato una raccomandazione formale a nove Stati membri – Italia, Austria, Danimarca, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Slovenia e Svezia – affinché avviino un percorso di graduale eliminazione dei controlli alle frontiere interne, reintrodotti a suo tempo per fronteggiare emergenze legate alla sicurezza e ai flussi migratori.
Questo atto, lungi dall’essere una semplice sollecitazione, rappresenta un tentativo di riportare l’applicazione del trattato di Schengen entro i binari della temporaneità, vista la proroga sistematica delle misure straordinarie che ormai si protrae da oltre due anni.
Bruxelles, pur riconoscendo la legittimità iniziale delle sospensioni di fronte a “minacce gravi per l’ordine pubblico”, sottolinea come il perdurare di questi blocchi rischi di minare uno dei pilastri fondamentali dell’integrazione europea, suggerendo l’adozione di misure alternative come i controlli di polizia non sistematici o le tecnologie di identificazione biometrica.
Il Friuli Venezia Giulia, ultima frontiera “difesa” a oltranza
Se il richiamo riguarda l’intero esecutivo, è sul terreno del Friuli Venezia Giulia che lo scontro tra necessità di sicurezza e principio di libera circolazione diventa più aspro e concreto. In questa regione, il confine con la Slovenia – ripristinato nell’ottobre del 2023 e da allora costantemente rafforzato – rappresenta il baluardo più visibile della linea dura del governo italiano.
I numeri forniti dal Viminale e richiamati con forza dalle associazioni sindacali di polizia sono al centro della controffensiva politica: dalla reintroduzione dei presidi, sarebbero state arrestate 648 persone, di cui 277 per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, mentre i rintracci di migranti irregolari, dopo aver toccato picchi di quasi 7.700 nel 2022, sarebbero crollati a quota 2.355 nel 2024.
Per il Sindacato autonomo di Polizia, nelle parole del segretario regionale Lorenzo Tamaro, questi dati dimostrano l’efficacia indiscutibile di un approccio “preventivo”, laddove la sicurezza non rappresenterebbe mai un costo, specialmente se finalizzata a intercettare i passeur e a ridurre la pressione criminale prima ancora che questa si riversi sulle città.
Le crepe nella posizione del governo e le voci contrarie
La tenuta di questa linea, tuttavia, non è monolitica e inizia a mostrare alcune crepe significative, alimentate proprio dall’intervento della Commissione.
A sostenere l’invito di Bruxelles, seppur con motivazioni diverse, sono esponenti del Partito Democratico e alcune associazioni sindacali interregionali, i quali vedono nella progressiva riapertura dei confini un atto di buon senso economico e sociale; secondo la segretaria regionale del Pd, Caterina Conti, i blocchi non solo sottrarrebbero personale prezioso alla polizia cittadina, ma si configurerebbero come una scelta più ideologica che sostanziale, incapace di arginare realmente un fenomeno che si sposta semplicemente su rotte secondarie.
Anche l’assessore regionale alla Sicurezza, Pierpaolo Roberti, pur difendendo i risultati ottenuti, ha dovuto ammettere – con una franchezza rara – che nessuno ha mai considerato questa misura come una soluzione definitiva, lasciando intendere che prima o poi la sospensione dovrà essere rivista.
Un braccio di ferro giuridico e politico destinato a durare
Nonostante la raccomandazione della Commissione, che peraltro non è giuridicamente vincolante, la reazione della Lega è stata immediata e irremovibile, sintetizzata dalla rivendicazione secca: “Decidiamo noi come, quando e chi controllare ai nostri confini, non Bruxelles”. Questa dichiarazione riassume il nodo politico di fondo, ovvero la resistenza a cedere la sovranità percepita sul controllo dei flussi, specialmente in un contesto geopolitico segnato da crisi internazionali e dalla persistente instabilità lungo la rotta balcanica. La tensione, dunque, resta alta.
Da un lato, Bruxelles spinge sul nuovo Patto per la migrazione e l’asilo – in vigore dal 12 giugno – come strumento alternativo capace di rafforzare le frontiere esterne e ridurre la necessità di blocchi interni; dall’altro, il governo italiano e le amministrazioni locali, forte del sostegno di una parte della base sindacale e dei dati sul contrasto all’illegalità, sembrano intenzionati a temporeggiare, sfruttando ogni piega delle norme europee che consentono la proroga delle misure eccezionali.




