L’arresto del presunto assassino del capotreno di Bologna, la scoperta del coltello e il silenzio dell’indagato

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il fermo di martedì sera ha un volto preciso, quello di un giovane agente pratese che, insieme a un collega, ha riconosciuto e bloccato l’uomo sospettato dell’omicidio del ferroviere Alessandro Ambrosio. Giovanni Pugi, ventisettenne, era in servizio con l’agente Alessandro Lucia quando le indagini, che si sono concentrate sull’analisi delle immagini di videosorveglianza, hanno permesso di identificare un possibile sospettato. I due, in borghese, hanno incrociato per strada Marin Jelenic, il trentaseienne croato senza fissa dimora le cui sembianze e i cui vestiti corrispondevano a quelli della persona ricercata. “Faccio due più due”, ha raccontato il padre dell’agente, Leonardo Pugi, rivelando di aver intuito il coinvolgimento del figlio prima ancora di parlargli, “e immagino che gli agenti in questione potessero essere lui e il collega Alessandro”. La fase successiva all’arresto ha visto gli investigatori concentrarsi sulla ricerca dell’arma del delitto, un passaggio cruciale per ricostruire la dinamica di quella sera di gennaio.

Il ritrovamento dell’arma lungo il percorso di fuga

Un nuovo sopralluogo condotto ieri nell’area del piazzale ovest della stazione, vicino al parcheggio dei dipendenti dove Ambrosio è stato colpito a morte, ha portato al ritrovamento di un coltello. L’oggetto è stato rinvenuto in una stradina di collegamento, un punto che le indagini ritengono compatibile con il percorso che Jelenic avrebbe seguito per allontanarsi dalla scena del crimine. Secondo quanto ricostruito, proprio in quell’area l’uomo si sarebbe momentaneamente nascosto per non essere visto da una persona che sopraggiungeva dalla direzione opposta, la stessa che poi ha allertato i soccorsi dopo aver trovato il capotreno in gravi condizioni. Il padre della vittima, attraverso le sue dichiarazioni, ha sottolineato la gravità del fatto che il presunto assassino potesse aggirarsi liberamente e armato, nonostante precedenti fermi.

Il silenzio dell’indagato davanti al giudice

Confermato il fermo, la procedura ha richiesto l’udienza di convalida davanti al giudice per le indagini preliminari di Brescia, città dove è avvenuto l’arresto. In quell’occasione, Marin Jelenic ha esercitato la facoltà di non rispondere alle domande, scegliendo di non rilasciare alcuna dichiarazione in quella sede. La sua difesa, affidata all’avvocata Luisella Savoldi, ha precisato che l’indagato “si riserva di parlare davanti al pubblico ministero che sta procedendo” a Bologna, dove il caso è formalmente iscritto. Una scelta che lascia ancora molte domande aperte sulle motivazioni e sulla dinamica precisa dell’agguato, mentre l’inchiesta procede nel suo iter, basandosi sulle evidenze fisiche e testimoniali raccolte.

Le indagini proseguono sulle prove materiali

Oltre al coltello, che dovrà essere sottoposto alle perizie biologiche e forensi per accertarne il legame con il delitto, gli inquirenti stanno vagliando tutto il materiale raccolto. L’attenzione si concentra sul movente, ancora da chiarire completamente, e sulla condotta dell’uomo nei giorni precedenti e successivi al fatto. Il lavoro degli agenti, che ha portato all’identificazione e alla cattura in tempi relativamente brevi, dimostra come la collaborazione tra le forze dell’ordine e l’incrocio di diversi elementi investigativi – dalle telecamere al pattugliamento sul territorio – possano condurre a un risultato operativo significativo. La vicenda, che ha sconvolto la città di Bologna e il mondo ferroviario, resta al centro dell’attività della procura, che coordina gli accertamenti.

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