28 anni dopo, il terzo tempo di una saga che non è più solo zombie
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Dopo aver sconvolto le regole del genere con i primi due capitoli, firmati da Danny Boyle e scritti da Alex Garland, la saga ritorna con "28 anni dopo - Il Tempio delle Ossa", affidato alla regia di Nia DaCosta. L'operazione, che definire ambiziosa è dire poco, si conferma essere molto più di un semplice survival horror, trasformandosi in un'affilata riflessione sulle dinamiche sociali e sulle narrazioni collettive. Se, infatti, l'iconografia della pellicola – zeppa di teschi, sopravvissuti allo stremo e paesaggi britannici devastati – riconduce immediatamente al filone apocalittico, la scrittura di Garland scava ben più a fondo, interrogando lo spettatore sulle scelte morali estreme. Ralph Fiennes, nei panni del dottor Kelson, incarna proprio questo dilemma etico, ponendo una domanda cruciale ai personaggi che incontra e, per riflesso, al pubblico: si è empatici o sadici quando tutto è perduto? La risposta, come lascia intendere il film, non è mai scontata e si costruisce tra le macerie di un mondo che ha perso ogni punto di riferimento.
Dal video censurato alla colonna sonora del caos
Un elemento chiave, che arricchisce il tessuto sonoro e tematico del film, è l'uso potentissimo di "The Number of the Beast", storico brano degli Iron Maiden. Il pezzo, che già nel 1982 fece scandalo per le sue iconografie giudicate sataniche e subì censure sulle nascenti emittenti musicali, qui viene riproposto in un contesto che ne amplifica la carica distopica. Quella canzone, nata in un'epoca di tensioni culturali, ritrova una nuova, sinistra vitalità come colonna sonora del caos, accompagnando visivi che ne esaltano l'energia dark e quasi profetica. La scelta non è casuale, ma si inserisce in quel discorso più ampio sulle bugie e sui simulacri che, come accennato, la pellicola vuole smascherare: l'orrore non è solo negli zombie infetti, ma nelle strutture di potere e nelle superstizioni che gli uomini continuano a erigere, persino di fronte all'abisso.
Un'esperienza visiva totalizzante
La visione del film, come sottolineano alcune indicazioni, richiede una predisposizione a lasciarsi travolgere. Due ore di delirio puro, dove la regia di DaCosta non concede tregua, alternando sequenze di tensione claustrofobica a immagini di un'ampiezza sconfortante. La Britannia post-apocalittica è un personaggio a sé stante, popolato da santoni che approfittano del panico, da seguaci disperati e da bambini che non hanno conosciuto altro che quel mondo in frantumi. La presenza ossessiva dei teschi, un memento mori continuo e martellante, supera persino la cifra stilistica di certe band iconiche del post-punk, diventando il simbolo di una mortalità che non è più un evento eccezionale, ma la norma quotidiana. È un horror da vedere, certo, ma a patto di accettare che la saga, con questo capitolo, ha completamente superato i suoi originari confini di genere.
Oltre la rabbia, l'identità di un'epoca
Ciò che rimane, dopo lo choc visivo, è la consapevolezza che "28 anni dopo - Il Tempio delle Ossa" sia un'opera profondamente radicata nel suo tempo. La narrazione, pur evitando qualsiasi didascalismo, porta con sé l'eco di eventi come la Brexit e delle divisioni sociali che l'hanno caratterizzata, trasformando la "rabbia" del virus in una metafora palpabile del sociale lacerato. Il film, pertanto, non si limita a continuare una storia, ma la evolve in una direzione più matura e cinica, dove la sperimentazione visiva serve a raccontare il crollo di certezze che sembravano inviolabili. La domanda di Fiennes risuona così per tutto il film, trovando risposta non in un manifesto ideologico, ma nelle azioni, spesso contraddittorie, dei sopravvissuti che, in fin dei conti, devono scegliere ogni giorno che tipo di umanità vogliono incarnare.




