Gli Stati Uniti voltano pagina, la strategia di sicurezza nazionale rivede il ruolo globale
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Redazione Esteri
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La National Security Strategy, documento cardine che il presidente è tenuto per legge a presentare al Congresso, disegna il perimetro degli interessi nazionali e delle minacce da fronteggiare, orientando di conseguenza, come una bussola, l’intero apparato governativo. Le forze armate, il dipartimento di Stato, quello del Commercio e le agenzie di intelligence devono infatti modellare i propri piani e le proprie risorse sulle priorità ivi tracciate, il che rende questo strumento, pur privo di forza di legge diretta, il vero architrave della politica estera americana.
Secondo autorevoli analisi, come quelle dell’esperto Richard Haass, la nuova impostazione promossa dall’amministrazione Trump segna una discontinuità netta rispetto al passato, configurandosi non come isolazionismo puro ma come una ridefinizione più circoscritta degli interessi e dell’impegno statunitense nel mondo. Questa visione, che unisce un marcato unilateralismo a una profonda diffidenza verso le istituzioni multilaterali – spesso percepite come ostili alla sovranità nazionale – e che Haass definisce “amorale” per la sua riluttanza a interferire negli affari altrui, rappresenta la più significativa scossa agli assetti internazionali degli ultimi ottant’anni.
La svolta, che alcuni commentatori leggono come il riconoscimento di un eccessivo carico globale assunto in passato e di una sopravvalutazione delle proprie capacità, crea uno scenario inedito per gli alleati storici. L’Europa, in particolare, si trova di fronte a un bivio epocale, chiamata a ridefinire la propria autonomia strategica in un contesto dove le priorità di Washington appaiono sensibilmente mutate. La ritirata americana da alcuni teatri di crisi, d’altronde, non è una novità assoluta e trova precedenti in indagini giudiziarie che hanno coinvolto, in altri contesti, contractor e milizie locali, le cui intricate vicende hanno talvolta occupato le cronache delle procure federali, rivelando la complessità di disimpegni frettolosi.
Le reazioni internazionali a questo riorientamento non si sono fatte attendere, con Mosca che ha subito colto una sintonia con le posizioni della Casa Bianca, rinnovando pressioni e attacchi verbali contro l’Unione Europea e invitando l’Occidente ad “allinearsi”. Le critiche russe, che dipingono il conflitto in Ucraina come una sorta di teatro manipolato da potenze esterne, giungono in un momento di grande incertezza, mentre i riflettori si spostano sulla capacità europea di costruire una difesa comune e una politica estera coerente, ora che il tradizionale protettore sembra volgere altrove lo sguardo.




