Data center, la partita si gioca tra elettrificazione e AI: chi sale sul carro
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Scienza e Tecnologia
-
C'è una partita silenziosa che si sta giocando su un tabellone sempre più affollato, dove i confini tra chi produce energia, chi la distribuisce e chi la consuma si fanno labili ogni giorno di più. Da un lato ci sono i colossi dell'elettrificazione, quei nomi che per anni hanno abitato i listini industriali con una certa prevedibilità: Prysmian, Siemens, Abb, Schneider Electric. Dall'altro lato ci sono i signori del cloud e dell'intelligenza artificiale: Microsoft, Amazon Web Services, Google.
In mezzo, un terzo incomodo che sta cambiando le regole del gioco: i data center, infrastrutture che nessuno vuole nel proprio cortile ma di cui tutti, o quasi, hanno bisogno per alimentare la fame di calcolo dell'AI. La posta in gioco non è soltanto tecnologica, ma energetica e, sempre più spesso, politica.
L'era dell'elettricità e la corsa alla rete
L'Agenzia Internazionale per l'Energia ha definito senza troppi giri di parole quello che stiamo vivendo come "l'era dell'elettricità", un passaggio epocale in cui la domanda globale di energia elettrica è destinata a crescere a un ritmo più che doppio rispetto alla domanda energetica complessiva fino al 2030. Il motore di questa crescita non è soltanto la transizione green o la diffusione dei veicoli elettrici, ma anche e soprattutto l'espansione dei data center e dell'intelligenza artificiale.
Il nodo è tutto nelle reti: la spina dorsale dei sistemi elettrici, che oggi si trova a dover reggere un carico per cui non era stata progettata. Costruire nuove infrastrutture richiede tempi lunghi e costi crescenti, motivo per cui utilizzare meglio quelle esistenti è diventato prioritario quanto ampliarle. La Commissione economica delle Nazioni Unite per l'Europa ha lanciato un avvertimento chiaro: un data center può entrare in funzione in due o cinque anni, mentre una nuova linea di trasmissione richiede spesso più di dieci anni tra autorizzazioni e cantieri.
I numeri di una domanda fuori scala
Secondo le stime di Swiss Re Institute, i premi assicurativi legati ai data center passeranno dagli 11 miliardi di dollari attuali a 24 miliardi entro il 2030, un mercato che comincia ad attirare l'attenzione dei riassicuratori globali. Le cifre fanno impressione soprattutto se rapportate al valore degli asset in gioco: un singolo campus hyperscale può valere tra i 20 e i 30 miliardi di dollari, e la perdita massima catastrofale in un solo sito può sfiorare i 10 miliardi.
Non sfugge a nessuno che queste infrastrutture, per quanto tecnologicamente avanzate, restano esposte a uragani, alluvioni e attacchi informatici, rischi che gli assicuratori stanno imparando a modellare con una cautela mai vista prima. Nel frattempo, la domanda di energia per i data center cresce a un ritmo che supera la capacità delle reti di stargli dietro: negli Stati Uniti si prevede un fabbisogno aggiuntivo di 203 TWh tra il 2025 e il 2030 solo per queste strutture.
Il fronte del malcontento americano
Negli Stati Uniti la questione è diventata rapidamente politica. Mentre Donald Trump continua a sostenere con forza l'industria dell'intelligenza artificiale, una parte della sua stessa base elettorale ha iniziato a prendere le distanze. Amy Kremer, volto noto del movimento Tea Party e fondatrice di Women for Trump, è tra coloro che oggi guidano le proteste contro la costruzione di nuovi data center, definendoli un'infrastruttura imposta dall'alto che sacrifica le comunità locali sull'altare degli interessi di Silicon Valley.
Non è un caso isolato: secondo un sondaggio Reuters/Ipsos di giugno, solo il 14% degli americani sarebbe disposto ad accettare un data center nella propria zona, e oltre due terzi si dichiarano contrari a queste strutture per via del consumo d'acqua, dei costi energetici e del rumore. I numeri raccontano di un malcontento trasversale, che unisce elettori repubblicani e democratici in stati come Texas, Georgia e Pennsylvania, dove il tema rischia di pesare non poco alle prossime elezioni di midterm.
Chi vince la partita
In questo scenario, i grandi gruppi industriali dell'elettrificazione si trovano in una posizione ambigua ma potenzialmente vantaggiosa. Prysmian, con il suo posizionamento nell'intersezione tra fibra ottica, cablaggio elettrico per data center e infrastrutture di rete, ha visto il titolo salire del 15% in una recente tornata di mercato, sostenuto dalle prospettive di crescita legate all'AI.
Lo stesso discorso vale per Abb e Siemens, che forniscono sistemi di distribuzione elettrica e lavorano con i grandi hyperscaler per sviluppare architetture energetiche più efficienti. La partita, insomma, non è più soltanto tra chi costruisce i data center e chi li contesta, ma coinvolge un'intera filiera industriale che dalla transizione digitale sta ricavando una nuova e inattesa spinta. Resta da capire se le reti elettriche, i bilanci degli assicuratori e la pazienza dei cittadini riusciranno a tenere il passo di una corsa che non mostra segni di rallentamento.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
