Migliaia ai funerali di Alex Zanardi, da Morandi a Bebe Vio: a Padova l’ultimo saluto al campione senza gambe

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La notizia della scomparsa, avvenuta nella serata del primo maggio alla casa di cura “Opera Immacolata Concezione” di Padova dove era ricoverato da tre anni, ha fatto presto il giro del mondo, eppure sembra quasi che il viavai davanti alla basilica di Santa Giustina possa restituircelo vivo per un’ultima volta, nel boato silenzioso di una folla che non smette di ringraziarlo. Saranno migliaia, domattina alle 11, le persone che si stringeranno attorno al feretro di Alex Zanardi, un uomo che della velocità aveva fatto una ragione di vita prima ancora che una professione, prima in Formula 1 e poi, incredibilmente, su un’handbike che lui stesso sembrava equipaggiare con il cuore al posto del motore. La stessa basilica che accolse il dolore per Giulia Cecchettin e per i tre carabinieri caduti a Castel d’Azzano si prepara ora a celebrare un altro tipo di eroe, quello che non ha mai cercato la compassione della gente, ma che anzi, come hanno raccontato i suoi amici più cari, arrivava a saltare il pranzo pur di concedere un selfie o una parola a chiunque glielo chiedesse.

L'addio a questo moderno Prometeo, che liberò lo sport dai vincoli della fisicità tradizionale per portarlo nell'Olimpo dei Giochi paralimpici, si annuncia come un evento di Stato e di popolo. Tra coloro che hanno confermato la loro presenza – e si muovono già tra i ranghi delle autorità e dello spettacolo – spiccano i nomi di Gianni Morandi e di Bebe Vio, entrambi legati a doppio filo alla storia di Zanardi e quel pugno di coraggio che ha saputo regalare all’Italia. Non mancheranno ovviamente esponenti del governo e figure istituzionali, come a testimoniare che il cordoglio non è solo una formalità, ma il riconoscimento di una parabola umana che ha riscritto il significato della parola “resilienza”. Il presidente del Veneto, Alberto Stefani, ha già proclamato il lutto regionale per la giornata di domani, chiedendo che su tutti gli uffici pubblici la bandiera veneta sia esposta a mezz’asta, un gesto che unisce il dolore della famiglia al rispetto di un'intera nazione che si sente, in qualche modo, orfana di quell’uomo sorridente in carrozzella.

Ma al di là dei nomi altisonanti e dei riflettori accesi sulla basilica di Prato della Valle, ieri a raccontare l’aneddoto più vero del campione ci hanno pensato le sue vecchie anime gemelle. Francesca Porcellato, l’altra regina del paraciclismo, ha svelato un retroscena che forse ci fa capire più di mille interviste: «A Rio 2016 – ha ricordato la Porcellato – mi prestò le sue ruote perché le mie non erano abbastanza performanti. Lui era così, il suo pane era la gente. Mangiava paste fredde pur di non rinunciare a un abbraccio». Questa è la lezione di Alex, quella che il ministro Valditara suggerisce di studiare sui banchi di scuola: un uomo che, dopo il tremendo incidente del 2001 al Lausitzring in Germania dove perse entrambe le gambe, decise di non piangersi addosso, ma di trasformare le protesi in artigli per aggrapparsi alla vittoria, conquistando quattro ori e due argenti tra Londra 2012 e Rio 2016.

Il silenzio di Noventa e il lungo calvario giudiziario

Mentre la macchina organizzativa si mette in moto per gestire il flusso di pellegrini laici accorsi per toccare con mano l’ultimo capitolo di questa storia, a Noventa Padovana, dove Zanardi viveva con la moglie Daniela e il figlio Niccolò, il silenzio è rotto solo dal vento tra le bandiere a mezz’asta. Lì, nessuno ha più visto Alex in pubblico da anni, se non nella sua “prigione dorata” della clinica, protetto gelosamente dalla compagna di una vita che lo andava a trovare come se fosse il primo giorno d’amore. La sua morte, a 59 anni, chiude però anche il sipario su un doloroso retroscena giudiziario legato all’incidente che lo ha spezzato: quello del 19 giugno 2020 a Siena, quando un tir lo travolse durante la gara benefica “Obiettivo Tricolore”.

Nonostante l’ovvia volontà della famiglia di cercare giustizia, la vicenda processuale si era risolta diversamente da come forse molti si aspettavano. Il tribunale di Siena, dopo una lunga trafila di perizie e contro-perizie sui mezzi, accolse la richiesta di archiviazione per l’autista del camion, Marco Ciacci, che era stato inizialmente indagato per lesioni colpose gravissime. I legali della famiglia Zanardi avevano parlato di una “invasione di corsia” determinante per la manovra del campione, ma il giudice ritenne che non ci fosse un nesso causale diretto tra la condotta del camionista e la perdita di controllo dell’handbike da parte di Alex; una decisione che, se da un lato ha chiuso un contenzioso penale, dall’altro ha lasciato nel cuore dei suoi cari un senso di incompiutezza dura da digerire.

L'abbraccio di don Pozza e il rito dell'addio

A celebrare le esequie sarà don Marco Pozza, amico storico dell’atleta e cappellano del carcere di Padova, un uomo che come lui conosce il peso della sofferenza e il profumo della redenzione. «Mi ha cercato la moglie – ha confessato il sacerdote –, e per me è il suggello di un’amicizia che è cresciuta nel tempo. Cercherò di non raccontare l’eroe tragico, ma l’uomo furbo che quella curva la cercava sempre per infilarci la speranza». La salma, racchiusa in una semplice cassa di legno chiaro come voleva la sua essenzialità, lascerà la struttura sanitaria dove ha vissuto gli ultimi anni alle 10.30, per poi attraversare idealmente quella Prato della Valle che l’ha visto sorridere e che ora lo piange con dignità.

Non ci saranno camere ardenti allestite prima della cerimonia, perché Alex non amava i tempi morti né le attese inutili: preferiva correre, o meglio, pedalare. E mentre il Veneto si prepara a vestirsi di lutto, quello che resta di lui non sono solo i trofei impolverati o i filmati delle imprese in Formula Cart, ma quello sguardo dritto e ironico capace di dire: "Guardate che si può". L’ultimo saluto a questo gigante delle due ruote (e delle quattro) sarà quindi un affollato rito laico e religioso insieme, dove ci si aspetta che a parlare più forte non sia il dolore, ma il rumore assordante del suo sorriso, rimasto integro fino all’ultimo respiro tra le mura dell’Opera Immacolata Concezione.

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