Kosovo, il voto premia Kurti ma non basta: tra stallo politico e sogno europeo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il Kosovo ricomincia da Albin Kurti per risolvere l’impasse politica che dura ormai da più di un anno e mezzo, ma i numeri, seppur favorevoli al premier uscente, raccontano una verità scomoda: manca ancora la maggioranza per voltare pagina. Il partito del leader in carica, il Movimento Vetëvendosje (LVV), ha vinto le elezioni parlamentari anticipate dello scorso 7 giugno – le terze in meno di diciotto mesi – senza però raggiungere quella soglia critica che consentirebbe di formare un governo stabile e, aspetto forse ancor più decisivo, eleggere un nuovo capo dello Stato.

Con oltre il 42% delle preferenze (stando ai risultati quasi definitivi), la coalizione guidata dai nazionalisti di sinistra si conferma la prima forza del paese balcanico, ma resta inchiodata a un dato politico che è identico, se non lievemente inferiore, a quello già insufficiente dei recenti scrutini passati; ne consegue che l’incertezza, anziché diradarsi, continua ad avvolgere come una cappa il futuro istituzionale di Pristina.

Tre elezioni in sedici mesi, il parlamento resta un campo minato

La tornata di giugno rappresenta l’ennesimo capitolo di una crisi di governabilità profonda, forse la più lunga dalla dichiarazione d'indipendenza del 2008. A innescare lo scioglimento dell’Assemblea era stata, lo scorso aprile, l’incapacità dei partiti di trovare un nome per la presidenza della repubblica dopo la scadenza del mandato della titolare uscente – una carica che, seppur prevalentemente cerimoniale, richiede una maggioranza qualificata di due terzi, impraticabile senza una larga intesa tra maggioranza e opposizione.

La freddezza tra Kurti e i leader dei partiti di destra (Lega Democratica del Kosovo, Partito Democratico del Kosovo e Alleanza per il futuro del Kosovo) ha reso vano ogni tentativo di compromesso, obbligando il paese a tornare alle urne per la terza volta in un anno e mezzo.

Un paradosso, se si considera che Vetëvendosje nello scrutinio di dicembre aveva sfiorato il 51%, una percentuale bulgara che avrebbe dovuto garantire stabilità; e invece, ancora una volta, il vetro incassato dell’istituzione presidenziale ha causato una nuova frana politica, disinnescando i fragili equilibri parlamentari.

La sfida della maggioranza e il peso della diaspora

Con il 42,9% delle schede conteggiate (dato CEC), il partito “Autodeterminazione” si trova a dover inseguire alleati per raggiungere quota 61 seggi, la soglia minima per governare in un parlamento che conta 120 scranni, di cui dieci riservati alla comunità serba e altrettanti alle altre minoranze.

La Lista Serba (Srpska Lista), fedele a Belgrado, ha superato di poco la soglia del 5% e si appresta a occupare i dieci seggi costituzionalmente garantiti alla minoranza serba, un dato che non sorprende ma che complica ulteriormente le geometrie variabili delle possibili alleanze.

Kurti, che in piazza Skanderbeg a Pristina ha festeggiato con tamburi e sostenitori la “quinta vittoria in sette anni”, dovrà ora fare i conti con una realtà aritmetica spietata: se da un lato la diaspora (oltre 100mila elettori registrati all’estero, storicamente vicina al LVV) potrebbe limare qualche decimale in più, è già chiaro che il premier uscente non ha i numeri in tasca per governare da solo. Le opposizioni, pur frammentate, hanno già preannunciato linee rosse – per esempio sulla candidatura alla presidenza – che rendono impervia la strada verso un’intesa.

Fondi Ue a rischio e il nodo dei rapporti con Belgrado

Dietro lo stallo tecnico-istituzionale si intravedono conseguenze pesanti per l’economia e il cammino europeo di Pristina. Il rapporto dell’Afet (Commissione Affari Esteri del Parlamento europeo) è stato chiaro nel definire il 2025 come un “anno perso” per il Kosovo, sottolineando come ulteriori ritardi nelle riforme rischiano di far saltare ingenti finanziamenti europei legati al piano di crescita e riforme. La lentezza nell’adozione delle norme sullo stato di diritto e la corruzione, unita a questa instabilità cronica, rendono sempre più flebile il sogno dell’adesione all’Ue.

Sul tavolo resta anche il nodo del dialogo con la Serbia, bloccato ormai da tempo: Kurti accusa Belgrado di rifiutarsi di firmare l’accordo di Ohrid, mentre dall’altra parte si chiede la creazione dell’associazione dei comuni a maggioranza serba – una condizione che il premier uscente ha sempre trattato con sospetto, ritenendola una minaccia alla sovranità. Le cancellerie occidentali, dagli Stati Uniti alla Germania, hanno fatto sapere di aspettarsi ora “un partner forte e stabile”, esortando i leader locali a mettere da parte le divergenze per il bene del paese.

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