Netflix e la scrittura per spettatori distratti: la rivelazione di Matt Damon
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il modo di costruire un racconto cinematografico, da qualche anno a questa parte, non dipende più soltanto dalla creatività degli autori o dalle esigenze narrative della storia. Matt Damon, durante una recente e lunga conversazione sul podcast di Joe Rogan, ha sollevato il velo su una prassi ormai consolidata negli studi della più grande piattaforma di streaming. L’attore, in compagnia di Ben Affleck per promuovere il loro film “The Rip – Soldi Sporchi”, ha spiegato senza mezzi termini come Netflix fornisca indicazioni precise agli sceneggiatori: la trama, i passaggi cruciali, devono essere ripetuti più volte all’interno dei dialoghi, in un espediente narrativo volto a catturare – o recuperare – l’attenzione di chi guarda. La sala buia, quel patto di concentrazione tra schermo e spettatore, sembra un retaggio del passato quando ci si confronta con la realtà della fruizione domestica, spesso condizionata dalla presenza invasiva di uno smartphone.
Un nuovo patto tra film e pubblico
Il racconto di Damon, per quanto possa suonare sorprendente a chi è abituato a una narrazione più lineare e rispettosa dell’intelligenza di chi ascolta, delinea in effetti un adattamento a precise dinamiche comportamentali. Se un tempo si poteva parlare di distrazione legata alla pubblicità in televisione, oggi l’interruzione è attiva, volontaria, e scaturisce dal palmo della propria mano. Un gesto semplice, uno scroll su un social network o una rapida risposta a un messaggio, basta a far perdere il filo di una scena decisiva. Per questo, stando a quanto emerso dalle parole dell’attore, la piattaforma chiede esplicitamente di ribadire, “tre o quattro volte”, gli snodi fondamentali della vicenda. Una sorta di riassunto inrato nella sceneggiatura, affidato agli stessi personaggi, che così diventano complici e guide per uno spettatore la cui attenzione è intermittente.
La regola non scritta dello streaming
Non si tratta, chiaramente, di una forzatura applicata a ogni singola produzione, ma di una tendenza sempre più marcata che riscrive le regole della drammaturgia per il piccolo schermo – che oggi, paradossalmente, è spesso un grandissimo televisore. Il modello di business di Netflix, del resto, si fonda sulla possibilità di essere guardati in qualsiasi momento e, sempre più, in qualsiasi modo, anche mentre si fa altro. Una fruizione parallela che costringe a ripensare la struttura stessa del prodotto. Il rischio, come sottinteso dalle parole di Damon, è quello di appiattire i dialoghi, di renderli troppo espliciti, sacrificando quel sottotesto e quella sfumatura che tradizionalmente caratterizzano una scrittura per il cinema. D’altronde, la priorità sembra essere la comprensione immediata, a scapito forse della profondità.
Oltre la polemica, un dato di fatto industriale
Al di là di ogni considerazione di merito artistico, la rivelazione offre uno spaccato concreto dei meccanismi che guidano l’industria dell’intrattenimento in streaming. I dati sugli abbandoni delle visualizzazioni, sulle pause, sui momenti in cui l’utente riavvolge perché distratto, sono materia di studio quotidiano per gli analisti delle piattaforme. Da questi numeri discendono direttamente linee guida creative, che finiscono per influenzare il lavoro di registi e sceneggiatori. La richiesta di ripetere la trama nei dialoghi non è quindi un capriccio, ma la risposta pragmatica a un’abitudine di consumo ormai radicata. Una scelta che, se da un lato può essere letta come una garanzia di fruibilità, dall’altro solleva interrogativi non banali sul futuro del linguaggio cinematografico quando è costretto a misurarsi con la frammentazione dell’attenzione.




