Il raid di Rio che divide il Brasile tra sicurezza e polemiche

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Oltre centotrenta morti e due favelas devastate segnano il bilancio, terribilmente pesante, di un'operazione di polizia che ha scosso il Brasile, dividendo l'opinione pubblica tra chi la considera una risposta necessaria al crimine e chi, al contrario, vi scorge l'ombra di un calcolo politico. L'azione, mirata a colpire le basi del Comando Vermelho, uno dei cartelli della droga più potenti, è stata definita dalle autorità locali un "successo" nella lotta al narcoterrorismo, una retorica di guerra che, tuttavia, stride con le immagini di dolore e distruzione che hanno fatto il giorno del mondo. Quella che per alcuni è una vittoria per la sicurezza, per molti altri appare come una carneficina, un episodio che riapre antiche ferite riguardo i metodi e le finalità delle forze dell'ordine nelle periferie.

Un lutto che divide un paese

Mentre le famiglie delle vittime, sconvolte, danno l'ultimo saluto ai loro cari, cresce la rabbia verso quelle stesse forze di polizia accusate di aver fatto ricorso a una forza eccessiva, di tortura e di esecuzioni extragiudiziali. Il bilancio ufficiale, stilato dall'ufficio dei difensori pubblici di Rio de Janeiro, parla di almeno 132 persone decedute, un numero che da solo racconta la violenza dello scontro, nel quale hanno perso la vita anche quattro agenti. Da una parte, quindi, ci sono i funerali silenziosi e carichi di indignazione nelle favelas; dall'altra, sulla spiaggia di Copacabana, un commosso omaggio con croci e fotografie viene reso ai poliziotti caduti, onorati come eroi in una battaglia senza quartiere. "L'operazione è stata catastrofica", ha affermato con amarezza il presidente di un'organizzazione non governativa locale, riassumendo il sentire di chi, in quelle strade, vive e subisce le conseguenze di una strategia che sembra non lasciare spazio a vie di mezzo.

La cornice politica di un'operazione senza precedenti

A gettare ulteriore benzina sul fuoco delle polemiche è il contesto politico in cui il raid si è inserito. A guidare lo stato di Rio de Janeiro è un esponente di spicco della destra bolsonarista, il quale non ha esitato a celebrare l'azione come una "grande vittoria", enfatizzando il colpo inferto ai narcotrafficanti. Questa narrazione trionfalistica, però, si scontra con le prese di distanza del governo federale, che evidentemente percepisce il rischio di un'implicazione che va al di là della semplice questione della sicurezza pubblica. L'operazione, la più letale nella storia del paese, arriva infatti in un momento delicatissimo, alla vigilia di un importante vertice internazionale sul clima che il Brasile si appresta ad ospitare, un evento destinato a porre i riflettori globali sulle politiche ambientali e sociali della nazione.

Le ombre sulle modalità dell'intervento

Al di là delle dichiarazioni ufficiali e delle strumentalizzazioni politiche, restano i fatti a parlare, e le numerose testimonianze che emergono dalle favelas dipingono un quadro ben diverso da quello della guerra giusta al crimine. Si parla di case perquisite con metodi brutali, di persone sottoposte a trattamenti disumani e, soprattutto, di una sproporzione nell'uso della forza che ha trasformato l'operazione in una strage. Le accuse di esecuzioni sommarie, se confermate, rappresenterebbero una gravissima violazione dei diritti umani, macchiando non solo l'immagine delle forze dell'ordine coinvolte, ma anche quella delle istituzioni che ne hanno autorizzato l'impiego. È su questo crinale, tra la necessità di garantire l'ordine e il dovere di rispettare la legge, che si gioca la partita più importante per il futuro di Rio.

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