«In utero», la clinica della fertilità dove i desideri si scontrano con la biologia

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il trailer ufficiale – da poche ore disponibile in rete – della serie «In utero» (che debutterà su HBO Max l’8 maggio) getta lo spettatore dentro un ambiente solitamente relegato al silenzio delle sale d’attesa e ai freddi referti medici: una clinica di fecondazione assistita a Barcellona. Qui si muovono Ruggero, ginecologo e fondatore della struttura, interpretato da un Sergio Castellitto che ritrova la sua lunga consuetudine professionale e umana con Margaret Mazzantini (qui co-autrice, insieme a Enrico Audenino e Teresa Gelli), e Angelo, un giovane embriologo – il cui percorso di affermazione di genere diventa, già dalle prime scene del promo, uno degli snodi narrativi più delicati. Accanto a loro Teresa, amministratrice brillante nonché fondatrice insieme al marito della stessa clinica, e Dora, la nuova patient assistant, figura ibrida tra accoglienza e gestione del caos emotivo che ogni nuova cartella clinica si porta dietro.

Una regia a due voci, una scrittura corale

Maria Sole Tognazzi (che firma la regia dei primi quattro episodi, mentre Nicola Sorcinelli dirige i restanti) sceglie un registro asciutto, quasi documentaristico, per raccontare le complesse vicende umane che i pazienti depositano ogni giorno sulla scrivania di Ruggero e Angelo. Non si tratta solo di coppie eterosessuali in difficoltà: lo anticipa il trailer, e lo conferma il soggetto della serie. Persone di differente orientamento sessuale e romantico, single o in coppia, arrivano in quella clinica portando con sé punti di vista inediti e conflitti profondi, quelli che la fiction italiana ha raramente esplorato con questa lucidità. C’è chi cerca un utero in affitto, chi dona i propri gameti con la leggerezza di un gesto burocratico e chi invece vi affonda dentro un senso di colpa paralizzante. La speranza, l’attesa, il coraggio e la vulnerabilità – lo si legge tra le righe del materiale promozionale – si intrecciano ogni giorno, senza soluzione di continuità, dentro quelle stanze.

Castellitto e Calzone, un asse che pesa

A fianco di Castellitto (nei panni del ginecologo fondatore) troviamo Maria Pia Calzone, la cui presenza nel cast era stata annunciata solo nelle settimane successive alla prima diffusione del progetto. La serie, prodotta da Cattleya in associazione con Paramount Television International Studios, è stata girata interamente tra Barcellona e alcune location italiane – scelta che restituisce, già dai fotogrammi del trailer, una luce calda e al tempo stesso tagliente, lontana dagli stereotipi della commedia sentimentale. Nessuna concessione alla retorica della “nascita come miracolo”. «In utero» sembra voler mostrare piuttosto il rovescio della provetta: le pratiche burocratiche, le tempistiche che diventano condanne, i desideri di genitorialità che si infrangono contro una diagnosi o contro un’età anagrafica.

Otto episodi, nessuna scorciatoia emotiva

La serie è composta da otto episodi, e già dal trailer emerge una struttura antologica pur dentro una continuità narrativa: ogni paziente porta con sé una storia clinica che è prima di tutto una storia umana, fatta di scelte (talvolta rimpiante, talvolta eroiche) e di corpi che non sempre collaborano. L’embriologo Angelo, in particolare, incarna una prospettiva rara nel panorama seriale italiano: il suo percorso di transizione non è un subplot ornamentale, ma uno sguardo interno che ridiscute il concetto stesso di “naturalezza” della procreazione. Se la clinica è il luogo dove si manipolano gameti e si impiantano embrioni, la domanda che la serie sembra porre – senza mai formularla esplicitamente – è chi abbia il diritto di chiamarsi genitore, e a quali condizioni. Le risposte, a giudicare dal materiale diffuso, non saranno né facili né definitive.

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