Il deficit si ferma al 3,1%, il Pil cresce solo dello 0,5 e la pressione fiscale vola al 43,1%. E per Giorgetti la ragione di questi numeri è...

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’Istat ha diffuso i dati consuntivi relativi allo scorso anno e la fotografia che ne esce, al netto della provvisorietà tecnica che accompagna queste rilevazioni in attesa della notifica definitiva a Eurostat prevista per il 21 aprile, mostra un’economia che arranca. Il prodotto interno lordo, misurato in volume, è aumentato soltanto dello 0,5 per cento -2-4, un ritmo di crescita che gli stessi tecnici dell’istituto di statistica definiscono modesto e che segna un rallentamento rispetto al già non esaltante +0,8 per cento registrato nel 2024. E se il dato del Pil era ampiamente atteso, a gelare gli animi a Via XX Settembre è stata piuttosto la dinamica del deficit, sceso dal 3,4 per cento dell’anno precedente al 3,1, un livello che sebbene in miglioramento resta comunque al di sopra della fatidica soglia del 3 per cento. Il governo, nel Documento programmatico di finanza pubblica presentato lo scorso ottobre, aveva previsto di chiudere l’anno esattamente a quel 3 per cento che avrebbe consentito all’Italia di chiedere l’uscita dalla procedura per disavanzo eccessivo avviata dalla Commissione europea nell’estate del 2024.

Il “colpo di coda” del Superbonus e la replica delle opposizioni

Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, non ha avuto esitazioni nel commentare i numeri appena diffusi, puntando il dito contro gli effetti residui dell’incentivo edilizio introdotto dal governo Conte. “Peccato per il colpo di coda del Superbonus condomini, causa principale del dato di oggi”, ha dichiarato il titolare del Mef, sottolineando come la misura continui a produrre i suoi effetti negativi sui conti pubblici attraverso il meccanismo della cessione dei crediti e dello sconto in fattura, un sistema che ha diluito l’impatto finanziario su più esercizi. Una lettura, questa, che ha immediatamente scatenato la reazione delle forze di opposizione: il vicepresidente del Movimento 5 Stelle, Stefano Patuanelli, ha replicato con durezza sostenendo che il Superbonus non incide sul deficit in termini strutturali e accusando l’esecutivo di nascondersi dietro scuse “puerili” per mascherare una politica economica che avrebbe portato il paese sull’orlo del baratro, con una crescita ormai azzerata.

Debito in aumento e pressione fiscale da record

A complicare ulteriormente il quadro non c’è soltanto la questione del disavanzo, perché l’Istat ha certificato anche un incremento del debito pubblico, salito al 137,1 per cento del Pil rispetto al 134,7 per cento dell’anno precedente, un dato che si allontana dalle previsioni del governo che lo davano al 136,2 per cento. E a far discutere, nelle valutazioni degli analisti e dei partiti di minoranza, è soprattutto il balzo in avanti della pressione fiscale, arrivata al 43,1 per cento contro il 42,4 del 2024: un incremento di sette decimi di punto che, spiega l’Istat, deriva da una crescita delle entrate fiscali e contributive superiore a quella del Pil nominale. Il responsabile economico del Partito Democratico, Antonio Misiani, ha parlato di “semistagnazione” e di un paese che “arranca”, sottolineando come senza il traino del Pnrr l’Italia avrebbe probabilmente chiuso l’anno in recessione. Anche la Cgil è intervenuta sulla questione, definendo i risultati “un fallimento su tutta la linea” che pesa in particolare su salari e pensioni, colpiti da un drenaggio fiscale che l’esecutivo avrebbe potuto neutralizzare e non lo ha fatto.

Il rinvio dell’uscita dalla procedura e i margini tecnici

La conseguenza più immediata sul piano politico-amministrativo è che l’Italia, almeno per il momento, non potrà uscire dalla procedura d’infrazione europea. Il portavoce della Commissione Ue ha fatto sapere di aver preso atto della diffusione preliminare dei dati, chiarendo tuttavia che la valutazione definitiva avverrà sulla base dei numeri validati da Eurostat il 22 aprile, nell’ambito del Pacchetto di primavera del Semestre europeo che verrà comunicato il 3 giugno. C’è dunque un margine tecnico, una finestra temporale entro la quale i conti potrebbero subire modifiche: lo stesso Istat ricorda che il conto consolidato delle amministrazioni pubbliche è suscettibile di aggiustamenti fino alla notifica ufficiale, se dovessero emergere informazioni più aggiornate. Resta il fatto che l’obiettivo dichiarato dal governo, quello di riportare il disavanzo sotto la soglia del 3 per cento e liberare così spazi finanziari per la difesa e per l’ultima manovra della legislatura, subisce uno scacco significativo. I numeri parlano chiaro: la crescita dello 0,5 per cento non basta a ridurre il peso del debito e il fardello del Superbonus, che il ministro Giorgetti continua a indicare come la variabile impazzita in grado di vanificare gli sforzi di risanamento, continua a produrre i suoi effetti anche a distanza di anni dalla sua introduzione.

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