La meglio gioventù indiana alla prova del manganello
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Redazione Esteri
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Gas lacrimogeni, cariche della polizia, idranti e manganellate: sono questi gli strumenti con cui le forze dell'ordine di Nuova Delhi hanno cercato di arginare la marea umana del movimento Cockroach, la protesta giovanile che da due mesi tiene in scacco il governo di Narendra Modi.
Quella che era iniziata come una contestazione contro le presunte irregolarità negli esami di ammissione alle facoltà di medicina, il NEET, si è trasformata in una sfida politica senza precedenti per il primo ministro, con i manifestanti – che si autodefiniscono "scarafaggi" – che ora chiedono a gran voce le dimissioni del ministro dell'Istruzione Dharmendra Pradhan e una riforma radicale del sistema educativo indiano.
L'ondata di rabbia, alimentata da anni di frustrazione per un sistema percepito come corrotto e che tradisce le speranze di milioni di giovani, ha raggiunto il suo apice lunedì 20 luglio, quando decine di migliaia di persone, sfidando il divieto della polizia, hanno tentato di marciare verso il Parlamento per consegnare le loro richieste, venendo respinte con una violenza che ha scosso l'opinione pubblica nazionale e internazionale.
L'urlo della Gen Z
Il movimento Cockroach Janta Party (CJP) deve il suo nome a un'offesa, pronunciata dal giudice capo della Corte Suprema indiana durante un'udienza non collegata, che paragonò alcuni giovani disoccupati a "scarafaggi". Un'etichetta che i fondatori del movimento, guidati da Abhijeet Dipke, hanno prontamente fatto propria, trasformandola in un simbolo di ribellione e in unironica arma di propaganda che ha attirato milioni di seguaci sui social media.
La scintilla che ha acceso la miccia è stata l'ennesima fuga di notizie relative al questionario del NEET, l'esame nazionale per l'ammissione alle facoltà di medicina, che ha costretto le autorità a cancellare i risultati e a far sostenere nuovamente la prova a oltre 2 milioni di studenti. A questo si sono aggiunti i casi di suicidio di alcuni ragazzi, che la protesta attribuisce allo stress e alla disperazione causati da un sistema che, a loro dire, distrugge i sogni di un'intera generazione per favorire pochi privilegiati.
Quella che doveva essere una mobilitazione per chiedere giustizia su un esame truccato si è così allargata a macchia d'olio, diventando il catalizzatore di frustrazioni ben più profonde legate alla disoccupazione giovanile, alla mancanza di trasparenza e alla gestione autoritaria del dissenso da parte del governo guidato da Narendra Modi, al suo terzo mandato.
Il bagno di sangue di Jantar Mantar
La giornata di lunedì 20 luglio ha segnato un punto di non ritorno. Nonostante l'area intorno a Jantar Mantar, il tradizionale luogo di protesta nel cuore di Delhi, fosse presidiata da migliaia di agenti in tenuta antisommossa, con barricate e filo spinato, la folla ha continuato a crescere, composta da studenti, professionisti, famiglie con bambini e attivisti, molti dei quali avevano trascorso la notte sul posto.
La tensione è esplosa quando i manifestanti, dopo aver sfondato i primi cordoni, hanno tentato di proseguire verso il Parlamento, dove si stava aprendo la sessione parlamentare del monsone. La polizia ha risposto con una carica violenta: manganellate in testa, lancio di lacrimogeni e, secondo le testimonianze raccolte da Amnesty International e dai manifestanti stessi, persino lancio di sassi da parte delle forze dell'ordine, che hanno fatto decine di feriti.
I resoconti dei giornalisti sul posto parlano di ragazzi e ragazze trascinati via a sangue, di una ragazza con una gamba rotta e di una ressa in cui molte persone sono state calpestate.
La polizia di Delhi ha riportato un bilancio di circa 180 feriti, di cui 118 agenti e 60 manifestanti, ma le immagini e i video circolati sui social, mostrando studenti in lacrime che imploravano di non essere colpiti e altri che resistevano compatti ai colpi, hanno raccontato una storia molto diversa, alimentando un'ondata di solidarietà e indignazione in tutto il paese.
Il portavoce del CJP, Saurav Das, ha accusato le autorità di aver represso brutalmente una protesta pacifica, mentre la polizia ha giustificato l'intervento per motivi di ordine pubblico, dato che la marcia non era stata autorizzata e si stava avvicinando pericolosamente alla zona rossa di massima sicurezza.
La morsa della politica e le crepe nel governo
La repressione, lungi dallo spegnere la protesta, l'ha invece amplificata, trasformando una questione studentesca in una sfida politica diretta al premier Modi e al suo ministro dell'Interno, Amit Shah. Martedì 21 luglio, il leader dell'opposizione Rahul Gandhi e decine di parlamentari del Congresso hanno tenuto un sit-in davanti alla residenza del primo ministro per esprimere solidarietà, venendo poi rimossi con la forza dalla polizia in una drammatica escalation che ha ulteriormente inasprito gli animi.
Il movimento, inizialmente nato come battuta satirica, si è così guadagnato l'appoggio trasversale di forze politiche e sindacali, che hanno organizzato proteste in tutto il paese, da Chennai a Patna, passando per Mumbai e Hyderabad, con scontri tra attivisti e polizia e detenzioni di massa. A rendere la situazione ancora più complessa, il governo ha mostrato i primi segnali di apertura, o forse di cedimento, quando il ministro della Salute J. P.
Nadda ha incontrato i rappresentanti del movimento per discutere le loro richieste, un'ammissione implicita della portata della contestazione. Tuttavia, l'incontro, definito dal CJP come un primo passo, non ha placato gli animi: i manifestanti vogliono fatti, non promesse, e la loro richiesta principale resta la testa del ministro Pradhan, che il governo, secondo fonti citate dalla stampa, sembra intenzionato a difendere, non ritenendolo direttamente responsabile della fuga di notizie.
La fiducia nel sistema, minata da anni di scandali e dall'impunità dei colpevoli, è ormai ai minimi storici, e la generazione Z indiana, come la definiscono i media, sembra aver deciso che è arrivato il momento di non inginocchiarsi più.
La sfida degli "scarafaggi"
La protesta, ormai, è diventata una questione di principio. Gli "scarafaggi" del CJP, come si definiscono con orgoglio i manifestanti, hanno piantato le tende a Jantar Mantar e giurano che non se ne andranno finché le loro richieste non saranno soddisfatte, in una sfida a viso aperto contro un governo che ha sempre fatto della forza e della fermezza il suo marchio di fabbrica.
L'ondata di sostegno che sta arrivando da ogni parte dell'India, con cittadini comuni che ordinano cibo da consegnare ai manifestanti tramite app e professionisti come il pilota Samrat Khanna che si uniscono alla marcia, dimostra come la rabbia per le ingiustizie del sistema abbia toccato le corde più profonde della società civile.
La scelta del governo di disabilitare i servizi internet mobili in alcune aree di Delhi per limitare la diffusione di informazioni e convocare una riunione di alto livello per valutare la sicurezza nazionale, come riportato da fonti governative, sottolinea la portata della crisi, che ormai non è più solo un problema di istruzione ma una vera e propria questione di ordine pubblico che rischia di minare la stabilità del terzo mandato di Modi.
Con l'attivista Sonam Wangchuk, diventato il simbolo della protesta con il suo sciopero della fame, che ha annunciato la fine del digiuno solo dopo aver ricevuto rassicurazioni sull'impunità per i manifestanti, il movimento sembra aver acquisito una nuova, inedita consapevolezza del proprio potere: i giovani indiani non sono più disposti ad aspettare e il loro grido di giustizia sta scuotendo le fondamenta del più grande Stato democratico del mondo.




