Femminicidio a Pianello Vallesina, il marito confessa: “Temevo di tornare in carcere e l’ho uccisa”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A distanza di oltre tre mesi da quel 3 dicembre 2025, quando la quiete di Pianello Vallesina, frazione di Monte Roberto, era stata squarciata dal ritrovamento del Corpo senza vita di Sadjide Ramadani, la macchina della giustizia ha incassato un passo decisivo. Nazif Muslija, il cinquantenne falegname di origine macedone fermato quale presunto autore del delitto, ha infatti rotto il silenzio. Durante un interrogatorio condotto nei giorni scorsi dal sostituto procuratore Rosario Lioniello – titolare del fascicolo d’indagine per omicidio volontario aggravato – e alla presenza dei suoi difensori, gli avvocati Mirela Mulaj e Gloria Droghetti, l’uomo ha abbandonato la versione iniziale, quella di un vuoto di memoria, per ammettere le proprie responsabilità. “Sì, l’ho uccisa con un tubo di ferro da cantiere”, avrebbe dichiarato, confermando così l’ipotesi investigativa circa la natura del corpo contundente che i carabinieri avevano già sequestrato, appoggiato al muretto perimetrale dell’abitazione della coppia, nelle concitate ore successive alla scoperta del cadavere.

Ma è il movente, così come è stato ricostruito nelle sue dichiarazioni, a gettare una luce sinistra sulla dinamica psicologica che avrebbe portato all’efferato gesto. Muslija, che per mesi aveva ripetuto di non rammentare nulla di quella mattina se non la propria intenzione di suicidarsi, ha ora fornito una motivazione che affonda le radici nel suo percorso giudiziario e nelle sue paure personali. L’indagato aveva infatti già alle spalle una condanna, patteggiata a un anno e dieci mesi, per maltrattamenti e lesioni proprio ai danni della moglie. Una pena la cui esecuzione era stata sospesa, come spesso accade in questi casi, subordinandola all’obbligo di intraprendere un percorso di recupero destinato a uomini violenti. Un percorso, questo, che il falegname non aveva ancora di fatto iniziato.

La miccia della discordia: un colloquio all’Uepe e l’attesa per il corso di recupero

Proprio lo stallo burocratico legato a quel programma di recupero pare essere stato l’innesco della tragedia. Due giorni prima del femminicidio, Muslija si era recato all’Uepe di Ancona, l’ufficio locale per l’esecuzione penale esterna, per sollecitare informazioni o verificare la propria posizione riguardo al via del corso, reso obbligatorio dalla sospensione della pena. Lì, a quanto riferito dallo stesso indagato al pm, gli sarebbe stato comunicato che, in assenza dell’adempimento, il rischio concreto era quello di un ritorno in carcere per scontare la sua condanna. Una prospettiva, quella di varcare di nuovo la soglia di una cella – lui che per tre mesi, da aprile a luglio del 2024, era già stato detenuto per le pregresse violenze – che gli avrebbe generato un terrore paralizzante.

Nella sua ricostruzione, Muslija avrebbe dichiarato di aver maturato la convinzione, forse distorta dalla propria paranoia o da un bisogno di trovare un capro espiatorio, che fosse Sadjide la responsabile di quella situazione. Che fosse stata lei, in qualche modo, a sollecitare il suo eventuale ritorno in detenzione. Un’accusa che getta ombre sulla sua capacità di comprendere la realtà, ma che al momento rappresenta la sua versione dei fatti. Una versione, va detto, sulla cui attendibilità la Procura di Ancona ha già annunciato di voler svolgere approfonditi accertamenti, visti i numerosi elementi ancora da chiarire e la possibilità che tale narrativa serva a celare altre e più complesse dinamiche familiari.

La dinamica e la fuga: una notte di violenza estrema nel letto di casa

Secondo quanto emerso dalle indagini coordinate dal pm Lioniello e dalle successive ammissioni dell’omicida, la violenza si sarebbe consumata all’interno delle mura domestiche, tra le lenzuola del letto matrimoniale o comunque nella camera da letto. Sadjide, 49 anni, fu trovata senza vita con il cranio fracassato e profonde ferite al volto, lesioni compatibili con i colpi sferrati con un tubo metallico cavo, di quelli impiegati normalmente per le impalcature edili. Gli esami autoptici, eseguiti dal medico legale Angelo Montana, hanno poi rivelato un particolare agghiacciante: la donna aveva cercato di proteggersi, alzando le braccia per parare i colpi, riportando traumi anche agli arti superiori nel disperato tentativo di difendersi dall’ira del marito. L’aggressione, avvenuta presumibilmente nelle prime ore del mattino, fu di una ferocia inaudita e non lasciò scampo alla vittima.

Dopo il delitto, Muslija si dileguò, facendo perdere le proprie tracce per circa trenta ore e innescando una caccia all’uomo che varcò i confini regionali. Il suo tentativo di sottrarsi alla giustizia si concluse in un bosco nei pressi di Matelica, in provincia di Macerata. Fu un passante, un cacciatore o un semplice escursionista, a notarlo mentre era penzoloni da un albero, salvandolo in extremis dal suo intento suicida. L’uomo, ferito e provato, venne così prima soccorso e poi tradotto in carcere, dove attualmente si trova e da dove, dopo mesi di diniego, è infine giunta questa confessione che ora obbliga gli inquirenti a verifiche serrate per distinguere la verità processuale dalle eventuali, ulteriori menzogne.

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