Val Kilmer, l'attore che sfidò il destino tra luci e ombre
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Redazione Cultura e Spettacolo
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ROMA – Se c’è un volto che ha incarnato il fascino ambiguo di Hollywood tra gli anni Ottanta e Novanta, quello è Val Kilmer. Nato il 31 dicembre 1959, l’attore – scomparso ieri a 65 anni per complicazioni legate a una polmonite, dopo anni di lotta contro un cancro alla gola – ha vissuto una carriera fatta di vertici artistici e cadute brucianti, di talento innegabile e di un destino che, a un certo punto, gli ha strappato via lo strumento più prezioso: la voce.
La malattia, diagnosticata nel 2015, lo aveva costretto a un silenzio forzato, spegnendo non solo le corde vocali ma anche una carriera che, dopo i fasti di Top Gun (1986) e The Doors (1991), aveva conosciuto una parabola discendente. Eppure, proprio negli ultimi anni, Kilmer aveva scelto di mostrarsi senza filtri nel documentario Val (2021), diretto da Leo Scott e Ting Poo, presentato a Cannes. Un racconto intimo, in cui l’ex sex symbol – troppo bello, si disse, per essere preso sul serio – si era rivelato nella sua fragilità, lontano dai riflettori che lo avevano accecato.
Quella stessa fragilità era emersa, seppur velata, nel suo ultimo cameo in Top Gun: Maverick (2022), dove aveva ripreso il ruolo di "Iceman", ormai segnato dalla malattia. Una scena toccante, che chiudeva simbolicamente il cerchio di un’esistenza divisa tra il successo e il dolore.
La sua storia, del resto, era sempre stata in equilibrio tra opposti: l’eccentricità di Jim Morrison, da lui interpretato con una dedizione quasi maniacale, e la disciplina militare di Top Gun; la comicità irriverente di Batman Forever (1995) e il dramma introspettivo di The Snowman (2017). Un attore versatile, spesso sottovalutato, la cui eredità resta legata a pellicole cult e a un’aura di mistero che la malattia non aveva scalfito.




